La Commissione Europea ha fissato obiettivi innovativi per l’agricoltura europea, ma le lobby dell’agricoltura industriale stanno opponendo una forte resistenza alla loro attuazione come appare evidente dalla formulazione sia del nuovo Piano Strateco Nazionale per la Politica Agricola Comune sia nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

La Commissione Europea: dall’ascolto all’innovazione delle politiche

La proposta di “inverdimento” da attuare con la riforma della Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo 2021-2027, ora post 2022, nasce da un’indagine fatta dalla Commissione Europea tra i cittadini europei, chiamati a rispondere ad un questionario su quale modello agricolo e alimentare desiderassero. Primo passo fortemente innovativo perché la PAC pur essendo una parte cospicua del bilancio UE, è sempre stata di unico dominio delle associazioni di categoria con le loro lobby, quasi che ai cittadini non riguardasse decidere su quale agricoltura, quale ambiente, quale cibo vogliono per i loro figli.

La risposta al questionario è stata eccezionale, sia nel numero di risposte, con l’Italia per la prima volta presente a contendersi il secondo posto nella partecipazione con la Francia, dietro l’irraggiungibile Germania, sia per la chiarezza con cui si dava un indirizzo sul rispetto dell’ambiente, la sana alimentazione e modelli agricoli ecocompatibili in cui l’agricoltura biologica si poneva come faro.

Anche in virtù di questo risultato, ma prendendo anche atto dell’ormai indispensabile necessità di contrastare i cambiamenti climatici, a cui anche l’agricoltura ha fortemente contribuito e contribuisce, sono nate le strategie Farm to Fork e sulla Biodiversità al 2030 afferenti al Green Deal europeo.

L’agricoltura biologica e il peso delle lobby dell’agricoltura industriale

Tutto questo sembrava attribuire una forte rilevanza all’agricoltura biologica nell’ambito dell’azione per il clima e l’ambiente, tanto che per il 2030 gli obbiettivi dichiarati dalla strategia Farm to Fork vedono l’aumento della SAU a biologico al 25% del totale; l’abbattimento del 50% dell’uso di pesticidi, di antibiotici negli allevamenti e di concimi chimici.

Purtroppo non è così perché molti paesi membri, con l’Italia in prima fila, stanno sposando le posizioni delle associazioni di categoria che continuano nella gattopardesca posizione del cambiamento senza cambiare metodo di produzione. In sostanza, c’è la richiesta degli stessi soldi, senza impegni per gli agricoltori. Posizioni senza coraggio, di retroguardia, sposate dal ministro Bellanova e sostanzialmente non modificate dal neo ministro Patuanelli.

Solo a titolo esplicativo, è emblematica un’iniziativa pubblica, promossa della coalizione Cambiamo Agricoltura (oltre 60 associazioni del biologico e ambientaliste) che chiedeva al Ministero per le Politiche Agricole e Forestali (MIPAF) di confrontarsi sulle proposte avanzate per la riforma della PAC e le intenzioni sul Piano Strategico Nazionale, richiesto dall’UE, su cui l’Italia era tra i pochi paesi a non averlo ancora preso nemmeno in considerazione. Il capo di gabinetto del ministro Bellanova, Dott. Blasi, incalzato su “cosa pensate di fare”, rispose candidamente che le idee sarebbero arrivate quando si sarebbe fatta chiarezza sulla ripartizione dei fondi, come dire: non abbiamo né priorità né strategie, speriamo arrivino tanti soldi per spalmarne un po’ su tutti, senza dover fare scelte.

Il rischio di avere una PAC gattopardesca

Come per tutte le riforme della PAC precedenti i documenti istruttori sono stati sempre di grande apertura e innovazione, questa volta ancora di più, ma nell’applicazione tutto viene ridimensionato.

Infatti, non si toccano significativamente le rendite di posizione sui titoli che portano soldi, per esempio, agli ex produttori di tabacco, senza che debbano fare nulla e sulla ripartizione dei fondi, mettendo un tetto massimo al premio aziendale o quantomeno una diminuzione progressiva dei soldi per evitare che il 20% delle aziende assorba l’80% dei premi.

Attualmente, c’è la concertazione del Trilogo Parlamento – Consiglio – Commissione che non promette nulla di buono, perché troverà una mediazione tra posizioni ormai ben annacquate.

In tale contesto, per il biologico l’ultima speranza sono gli Eco-schemi, ossia i regimi ecologici che la Commissione Europea ha identificato come il nuovo strumento progettato per premiare gli agricoltori che scelgono di fare un passo avanti in termini di pratiche agricole coerenti con l’obiettivo della tutela dell’ambiente e dell’azione per il clima. Agli Eco-schemi sarà destinato un importo compreso tra il 20% (proposta della Commissione) e il 30% (proposta del Parlamento) delle risorse stanziate per i pagamenti diretti, oggetto di discussione in seno al Trilogo. Anche qui la scelta di orientarsi a premiare un biologico di qualità o scegliere soluzioni “semplici” in cui far rientrare tutti, bio e non bio come è stato per il greenning.

Incertezza anche sull’obbiettivo di crescita della SAU a biologico che va indicata nel piano strategico nazionale partendo dai valori di riferimento comunicati dall’Italia a Eurostat relativi al 2018. Il 25% previsto dalla Farm to Fork per il 2030 è un valore di indirizzo a cui ogni Stato membro dovrà tendere, senza tuttavia essere vincolante.

Già ci sono molti pronunciamenti di Coldiretti, CIA e Confagricoltura sull’obiettivo troppo ambizioso. Da qui, la volontà di tenersi bassi perché per raggiungerlo il biologico deve essere incentivato e questo non è nelle corde di MIPAF e lobby dell’agricoltura convenzionale. Anche perché l’Unione Europea prevede di liquidare le risorse al raggiungimento dell’obiettivo inserito nel Piano Strategico Nazionale e le nozze con i fichi secchi non si fanno.

La certificazione del risultato è in capo allo Stato membro. Per queste ragioni, in fase di programmazione è importante partire dai fondi impegnati, perché quelli attualmente stanziati si basano sul biologico attuale, cioè 1993.236 ettari. Se si raggiungesse l’obbiettivo del 25% significherebbe che con quei soldi si dovrebbe sostenere una SAU a biologico di circa 3.195.000 ettari. Dalle analisi del Prof. Frascarelli, esperto di PAC, del DSA3 di Perugia, il premio per azienda si avvicinerebbe al dimezzamento. Non certo un incentivo a crescere ed investire!

Il PNRR e l’agricoltura italiana

Per concludere, a coronamento di questa analisi piuttosto deprimente, ma in linea con il dibattito e la qualità della politica nel nostro Paese, il PNRR si dimentica dell’agricoltura del cibo e neanche a dirlo dell’agricoltura biologica.

La parte dedicata all’agricoltura (contenuta nella Missione 2) sembra un piano energetico dove i capannoni agricoli e le stalle servono da base per i pannelli fotovoltaici e la produzione si orienta verso le biomasse da bruciare negli impianti.

L’agricoltura è solo quella di precisione considerata innovativa se corroborata dalle Nuove Bio Tecnologie, cioè gli OGM.

Quale è il senso di premiare quell’allevamento che risparmia energia, ma continua ad emettere gas serra tanto quanto prima?

Fino a ieri si accusavano gli agricoltori di non essere in grado di sfamare il mondo con il biologico, oggi è logico premiare chi dà fuoco al cibo?

E’ innovativa un’agricoltura che con precisione continua ad usare il glifosato, primo pesticida trovato nelle acque superficiali dall’ISPRA?

E’ lungimirante pensare ad un’agricoltura per le grandi aziende quando la dimensione media dell’azienda agricola italiana è ben sotto i 10 ettari?

Ha senso parlare di messa in sicurezza del territorio espellendo dalla produzione le piccole aziende montane e collinari che fanno governo del territorio?

Se avessimo qualcuno a cui porre queste domande sarebbe già troppo tardi, ma almeno sarebbe un primo passo.

* Presidente della Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica- Firab ed ex presidente dell’Associazione Italiana di Agricoltura Biologica – AIAB

L’articolo Agricoltura biologica, Commissione Europea, PAC e PNRR proviene da Transform! Italia.

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