Da Lula e Rousseff a Bolsonaro e ritorno. Storia della crisi economico politica del Brasile 1/2

Il primo di due articoli che ricostruiscono il terremoto politico ed economico vissuto dal Brasile negli ultimi 5 anni che ha portato all’impeachment della presidente Dilma Rousseff, alla condanna dell’ex presidente Luis Inàcio Lula da Silva (ora annullata da un giudice della Corte Suprema) e all’elezione alla presidenza di Jair Messias Bolsonaro, un mediocre politico di estrema destra, che ha consentito ai militari di tornare al governo del Paese. E’ assai probabile che le prossime elezioni presidenziali del 2022 saranno uno scontro diretto tra Bolsonaro e Lula. Con questo primo articolo si delinea il quadro econimico politico che sottende la crisi politica brasiliana.

Tristezza non ha fine / Felicità, sì / La felicità è come la piuma / Che il vento porta per l’aria / Vola lieve / Ma ha una vita breve / Bisogna che il vento non cada / La felicità del povero somiglia / Alla grande illusione del Carnevale / Si lavora l’anno intero / Per un momento di sogno / Per fare un costume / Di re, o di pirata o di giardiniera / Poi tutto finisce mercoledì. Vinicius De Moraes

L’esaurimento della “marea rosa

Dal 2015 l’America Latina ha imboccato una deriva politica reazionaria di destra che ha segnalato che nei Paesi del continente la democrazia non è più solo minacciata da colpi di Stato e interventi militari, ma anche dalla trasformazione in senso autoritario di leader politici e governi pure nati da un consenso popolare. Il ricorso alle urne non basta per sostenere la democrazia. Questa non può sopravvivere se in un Paese non esistono lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la competizione tra partiti organizzati, i controlli e i contrappesi, la libertà di stampa, la libertà accademica, la tutela del dissenso delle minoranze, i diritti delle donne e politiche tese a ridurre le disuguaglianze.

L’ondata autoritaria ha spazzato via o fortemente indebolito la maggior parte dei governi progressisti di centro-sinistra e di sinistra (con il “socialismo del XXI secolo”) – guidati da Luis Inàcio Lula da Silva e Dilma Rousseff in Brasile, Néstor e Cristina Kirchner in Argentina, Ricardo Lagos e Michelle Bachelet in Cile, Evo Morales in Bolivia, Tabaré Vázquez e Pepe Mujica in Uruguay, Fernando Lugo in Paraguay, Rafael Correa in Ecuador e Hugo Chàvez in Venezuela – che hanno dominato l’America Latina per i quasi due decenni della “marea rosa”, realizzando riforme sociali e politiche di salvaguardia ambientale.

La marea rosa iniziò come una reazione contro lo slancio della regione verso l’austerità, ma fu anche un ripudio dei decenni reazionari intrisi di sangue, simboleggiato dall’elevazione di ex vittime della tortura come la cilena Michelle Bachelet e la brasiliana Dilma Rousseff alla presidenza nazionale. L’America Latina è stata l’unica regione del mondo in cui i governi di centro-sinistra e sinistra sono coesistiti e si sono confrontati con ampi movimenti sociali nazional-popolari (comprendenti contadini, proletariato urbano, piccoli e medi imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti) le cui lotte hanno incrinato l’egemonia del Washington Consensus. Insieme, governi e movimenti sociali, hanno aperto la possibilità di trasformazioni tra Stato, economia, società, territorio e natura, avviando processi di sviluppo autocentrati ed emancipati, almeno in parte, dall’egemonia delle global corporations, con programmi di nazionalizzazione e di ricontrattazione delle quote di profitto spettanti allo Stato, ma anche con riforme costituzionali che hanno offerto alle classi subalterne l’accesso gratuito ad alcuni servizi pubblici di base (sanità, istruzione, etc.), nonché un significativo allargamento dei diritti sociali e civili, soprattutto per le masse indigene che ne erano state escluse per secoli dalle ristrette élite creole eredi del colonialismo iberico.

In Bolivia, ad esempio, un Paese in cui le società indigene sono maggioritarie, Morales è stato il primo presidente indigeno (appartenente all’etnia Aymara) che ha osato ridefinire lo Stato come plurinazionale e ha attuato, almeno in parte, un riforma agraria del latifondo, rinegoziato i contratti nazionali con le global corporations e nazionalizzato petrolio e gas, ma anche le miniere di zinco e stagno, e altre importanti aziende di pubblica utilità. Ha pagato delle buone compensazioni ai proprietari, e ha potuto farlo perché la Bolivia (come gli altri Paesi del continente) beneficiava di un boom globale delle materie prime che ha triplicato il PIL del Paese in 13 anni (con un’espansione media del 5% all’anno) e ha consentito di finanziare vasti programmi sociali che hanno ridotto i tassi di povertà dal 59% al 35%.

La caduta e il rallentamento della crescita della domanda globale di materie prime e di merci dopo il 2011 ha fatto abbassare la “marea rosa” e tolto carburante alle politiche economiche redistributive che avevano consentito l’allargamento della classe media e un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori industriali e agricoli, fomentando il ritorno della disoccupazione, dell’inflazione e della povertà, con un aumento delle disuguaglianze.

Dopo un periodo di notevoli progressi, il quadro si è rapidamente deteriorato e un altro fattore è stato il risentimento delle opinioni pubbliche di fronte ai continui scandali di corruzione, in un periodo economico divenuto difficile. La costruzione di un consistente apparato pubblico per gestire le politiche interventiste nell’economia e nel sociale, senza che venisse creata una adeguata cultura della “cosa pubblica”, ha generato corruzione, nepotismo e anche nuove forme di discriminazione fra aree territoriali (ad esempio, tra aree metropolitane ed aree rurali).

Così, è stato relativamente facile per le forze politiche delle destre nazional-liberiste – guidate in alcuni casi da imprenditori e capi di grandi aziende diventati politici come Mauricio Macri in Argentina e Sebastián Piñera in Cile -, fare appello all’egoismo delle vecchie e nuove classi medie cresciute dimensionalmente grazie alle politiche post-neoliberiste dei governi di centro-sinistra. Soprattutto, ai lavoratori metropolitani delle nuove professioni legate alla conoscenza e alle nuove tecnologie, che non si percepiscono come lavoratori, ma come imprenditori di sé stessi. A loro questi imprenditori politici hanno promesso di rifondare i rapporti tra i poteri pubblici e la società, proclamando la fine del clientelismo, del populismo progressista e dell’”interventismo” di uno Stato presentato come minaccia alle libertà individuali, insistendo sulla lotta contro il narcotraffico, la corruzione, l’insicurezza sociale e l’inflazione.

Ma, il ritorno al potere delle destre con le loro politiche neoliberiste e di austerità, in presenza di un rallentamento e di una stagnazione della crescita economica globale, ha prodotto il quasi collasso economico e sociale dell’Argentina, sanguinose rivolte popolari in Ecuador, lo stato di emergenza e coprifuoco in tutte le città del Cile e mobilitazioni contro il governo, con proteste (anche violente) e scioperi generali, in Colombia.

Dilma Rousseff, una vittima sacrificale

L’impeachment nell’agosto 2016 della Presidenta Dilma Rousseff (dirigente del PT – Partido dos Trabalhadores che era stata rieletta con il 51,6% dei voti nel 2014), accusata di aver manipolato i dati della legge finanziaria relativi alle dimensioni del deficit di bilancio per nascondere la crescita del debito pubblico (una strategia denominata “pedalata fiscale”) prima delle elezioni presidenziali del 2014, è stato l’evento più eclatante di un terremoto politico che ha travolto (come in Italia tra il 1992 e il 1994) – attraverso la rivelazione di una enorme tangentopoli da parte della magistratura di Curitiba guidata dal giovane magistrato Sérgio Moro a partire dal marzo 2014 – l’intera classe politica (quasi due terzi dei parlamentari sono stati inquisiti per corruzione nei diversi filoni dell’inchiesta) che ha governato il Paese dal 2003, anche con successi evidenti in termini sociali ed economici. I trucchi di bilancio usati dal governo di Dilma nel 2014 che in altre circostanze non avrebbero dato fastidio a nessuno, hanno invece portato il 17 aprile 2016 la Câmara dos Deputados a votare l’avvio di un procedimento di impeachment, con 367 voti a favore e 122 contro. Rousseff è stata sospesa temporaneamente dall’ufficio il mese successivo, dopo che il Senato ha votato 55 a 22. Infine, il 31 agosto, il Senato ha votato 61 a 20 per rimuovere definitivamente Rousseff dalla presidenza senza che fosse stata accertata la responsabilità di un reato.

La Rousseff è stata rimossa dalla presidenza a seguito dell’accusa di aver violato la Legge sulla Responsabilità Fiscale, approvata nel 2000, che richiede che il legislatore brasiliano stabilisca obiettivi annuali per l’inflazione, le spese governative e il debito pubblico. In effetti, la legge impone bilanci annuali in pareggio. Una legge che era stata determinata in parte dalla sconfitta fiscale dei governatori e dei funzionari municipali che durante gli anni ’80 e ’90 avevano creato grandi deficit per soddisfare le promesse delle campagne elettorali e acquisire consenso. Prima del 2000, il governo federale aveva dovuto ripetutamente operare dei salvataggi e fornire dei prestiti a questi leader/amministratori locali e regionali, perpetuando un ciclo di debito e di default della finanza pubblica. Imponendo il pareggio di bilancio, la legge aveva tentato di porre fine a un periodo di spesa in disavanzo e di spudorato clientelismo politico.

La legge sull’obbligo del pareggio di bilancio era stata una delle misure chiave del programma neoliberista “progressista” attuato negli anni ’90 durante l’amministrazione del presidente Fernando Henrique Cardoso (1995-2002), insieme alla parziale privatizzazione dell’esplorazione del petrolio e alla vendita agli investitori privati della Telebras che aveva il monopolio delle telecomunicazioni e della Companhia Vale do Rio Doce, ora nota come Vale SA, multinazionale del settore minerario diventata il maggiore produttore di ferro e nickel al mondo, con miniere ed interessi dal Canada alla Cina.

Negli ultimi anni, la Vale SA (controllata dalla canadese INCO) è stata responsabile di due dei maggiori disastri ambientali della storia brasiliana: il crollo di una diga mineraria gestita insieme alla compagnia mineraria australiana BHP Billiton a Mariana, nel Minas Gerais, nel novembre 2015, che ha provocato 19 morti, distrutto centinaia di case e inquinato l’ecosistema del fiume São Francisco dove vivono 5 milioni di abitanti; il crollo di un’altra diga mineraria di ferro a Brumadinho, nel Minas Gerais, il 25 gennaio 2019 che ha provocato la morte di 272 persone (molte delle quali erano minatori o dipendenti della Vale SA) e la contaminazione di vaste aree con fanghi rossi altamante inquinanti (i detriti hanno invaso il letto del fiume Paraoeba e sono finiti in una grande diga posta a 220 km di distanza dal luogo dell’incidente), coinvolgendo 48 minicipi e oltre 1,3 milioni di persone. Per quest’ultimo incidente, i magistrati hanno rinviato a giudizio per omicidio e crimini ambientali 16 persone, tra cui l’ex CEO della Vale SA. Il gigante minerario ha accettato di pagare un risarcimento di 7 miliardi di dollari (4 febbaraio 2021).

I minerali sono croce e delizia dello Stato di Minas Gerais (il nome significa “miniere generali”) fin dai tempi dell’impero portoghese; oro, argento, ferro e altri metalli vengono scavati in miniere a cielo aperto (particolarmente dirompenti per ecosistemi, mezzi di sussistenza, indigeni e contadini), dando da lavorare a decine di migliaia di persone e nessuno sembra disposto a bloccare un sistema ad alto impatto e caratterizzato da periodici disastri (crimini, secondo Greenpeace) ambientali. In tutto il Brasile ci sono 4 mila miniere “altamente nocive” e, secondo il ministero delle miniere, 205 contengono rifiuti minerali tossici. Sono a rischio, perché i muraglioni dei bacini di raccolta sono fatti con materiali di scarto.

La crisi di un sistema politico corrotto e clientelare

La Rousseff e i suoi sostenitori hanno gridato al golpe istituzionale, anche se la sua destituzione è stata autorizzata dal Tribunale Supremo composto da giudici nominati dal PT e votati da un’ampia maggioranza in tutti i due rami del Parlamento.

Quello che è certo è che la Rousseff si era sempre rifiutata di cercare di bloccare l’inchiesta sul riciclaggio e la corruzione avviata dalla magistratura della città di Curitiba nel 2014, nota come operação lava jato (operazione “autolavaggio”) o petrolão, pensando di uscirne rafforzata, ma sottovalutando la possibilità che i suoi avversari politici potessero coalizzarsi contro di lei – con il sostegno dei potenti mezzi di informazione controllati dalla famiglia Marinho (Rete Globo, O Globo e Valor Ecònomico) – nel disperato tentativo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle accuse di corruzione che li riguardavano e di sostituirla con il vicepresidente Michel Temer (un cattolico, di origini libanesi, appartenente al partito PMDB di centro-destra), appoggiato dall’associazione degli industriali (come la Federazione delle industrie dello Stato di São Paulo che, insieme alla destra evangelica e pentecostale, ha coordinato direttamente le azioni di protesta alla vigilia dell’estromissione della Rousseff) e dai grandi proprietari terrieri (235 deputati su 513 totali e 27 senatori su 81).

D’altra parte, il Congresso eletto nel 2014 era dominato da tre potenti lobby conservatrici: le cosiddette bancadasBBB” (Boi, Bala e Bìblia – bue, pallottola e Bibbia), legate agli interessi dell’agrobusiness, della sicurezza e dell’evangelismo fondamentalista.

Temer era pesantemente coinvolto nelle indagini e si era dichiarato disponibile a cercare di mettere sotto controllo la magistratura e a provare ad insabbiare l’inchiesta. A marzo, poco prima del voto cruciale sull’impeachment della Rousseff, Romero Jucá, membro del PMDB dell’allora vicepresidente Michel Temer, è stato segretamente registrato mentre diceva ad un ex senatore: “Dobbiamo cambiare il governo per fermare l’emorragia.” L’implicazione del loro scambio era che rimuovendo Rousseff e installando Temer, speravano di fermare l’operação lava jato, salvando così sé stessi e i loro alleati.

L’inchiesta della magistratura ha scoperchiato un enorme sistema di tangenti che originava da Petrobras (Petróleo Brasileiro SA), la società petrolifera brasiliana controllata dallo Stato, e da altre grandi imprese multinazionali brasiliane, e ha sconvolto la vita politica ed economica del Brasile. L’azione della magistratura ha alimentato la speranza che la legge valesse anche per i ricchi e i potenti. Ha rivelato trasferimenti illeciti di denaro per più di 13 miliardi di dollari a dirigenti d’azienda, politici e partiti. Ha provocato l’arresto di vari deputati, senatori, governatori, manager e miliardari, arrecando gravi danni a grandi aziende brasiliane e internazionali.

Ha portato alla condanna di Luis Inàcio Lula da Silva (presidente dal 2003 al 2010) in primo grado a 9 anni e mezzo di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici per i reati di corruzione passiva e riciclaggio di denaro, pena elevata a 12 anni e un mese in secondo grado. Lula è finito in carcere ed è diventato ineleggibile per la legge brasiliana, per cui ha dovuto forzatamente rinunciare ad essere il candidato del suo partito alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2018 anche se godeva di più del 35% delle intenzioni di voto. Ha dovuto cercare di trasferire i suoi voti sul moderato Fernando Haddad, già ministro dell’Educazione nei governi di Lula e della Rousseff ed ex-sindaco di São Paulo, che sarebbe stato il suo candidato alla vice-presidenza e che in pochi giorni è salito nei sondaggi al 22%, ma alla fine ha perso le elezioni, vinte dal candidato di estrema destra Jair Messias Bolsonaro.

L’inchiesta della magistratura ha portato alla luce l’esistenza di una cultura e di una pratica della corruzione sistematica nella politica brasiliana. Con decine di partiti ed elezioni a tre livelli – federale, statale e municipale – in uno dei Paesi più grandi e popolosi del mondo, le campagne elettorali sono molto costose ed è quasi impossibile che un partito ottenga da solo la maggioranza. La maggior parte dei partiti fa riferimento a qualche ideologia (principalmente di centro e di destra), ma in realtà non sono niente di più, niente di meno, che delle macchine politiche e delle reti di favoritismo clientelare basate sulla distribuzione di risorse pubbliche nei territori locali. Per governare bisogna vincere le elezioni e pagare gli altri partiti per formare delle coalizioni, ed entrambe le cose richiedono enormi quantità di denaro. È qui che entra in gioco la corruzione. Buona parte della lotta politica ruota intorno al potere di nominare i vertici delle aziende di Stato che rappresentano dei veri e propri bacini di raccolta di tangenti milionarie usate per finanziare le campagne elettorali.

Per vincere l’elezione presidenziale con Lula nel 2002 e governare il Paese fino al 2016, il PT ha dovuto creare connessioni e alleanze con settori imprenditoriali – imprese pubbliche e private, banche, appaltatori, agrobusiness – che hanno imposto enormi limiti a gran parte del programma originale del partito (ad esempio, il primo vicepresidente di Lula era uno dei maggiori industriali, mentre il governatore della Banca centrale era un economista conservatore ortodosso) e lo hanno coinvolto nella pratica dell’acquisto dei voti.

La vasta portata di questo coinvolgimento divenne evidente con lo scandalo dell’acquisto di voti mensalão del 2005, in base al quale i deputati del Congresso erano pagati ingenti somme dai bilanci delle aziende statali (il mensalão è un neologismo che si traduce come “grandi pagamenti mensili“) per sostenere la legislazione del governo. Un sistema costoso ed inerentemente instabile perché ci sono troppi partiti e all’interno di una coalizione nascono continue dispute sulla spartizione dei pagamenti che possono essere amplificate dai media e da eventuali inchieste della magistratura.

Nel 2010, Dilma Rousseff era stata scelta come candidata per il PT alle presidenziali perché gran parte della dirigenza del partito era stata incarcerata – tra di loro c’erano 25 big di politica e finanza, dal braccio destro di Lula, José Dirceu, al presidente del Banco do Brasil Henrique Pizzolato, che fuggì in Italia grazie a un passaporto tricolore, ma venne arrestato mesi dopo a Maranello – a seguito dello scandalo mensalão, molti di loro con processi giudiziari discutibili basati su prove minime o inesistenti.

Nel 2015, la Corte Suprema ha proibito il finanziamento privato delle formazioni politiche a seguito dello scandalo del sistema di corruzione emerso dall’inchiesta lava jato. La cifra destinata a un fondo pubblico elettorale viene stabilita dal Congresso prima delle elezioni. Per il 2018 – elezione del presidente, dei governatori, dei membri delle assemblee nazionali e locali – il fondo disponeva di 300 milioni di euro.

Il terremoto politico è stato provocato dalle indagini della magistratura brasiliana condotte con apparente rigore, serietà e indipendenza dalla politica, anche se molti a sinistra sono sempre stati convinti che l’inchiesta sia stata parte di un enorme complotto – se non un vero e proprio colpo di Stato – per distruggere il PT e far tornare al governo le destre. La magistratura ha avuto a lungo l’appoggio di un’opinione pubblica indignata e arrabbiata, e ha anche utilizzato metodi discutibili, come l’uso della carcerazione preventiva, delle rivelazioni calibrate alla stampa sulle indagini per eccitare l’opinione pubblica, del patteggiamento e della confessione con premio, la “delação premiada”, quest’ultima introdotta dal governo della Rousseff.

Ma, il terremoto politico è stato strettamente correlato alla crisi del processo di globalizzazione esplosa dopo il 2007-2008 che ha portato al crollo dei prezzi mondiali sia del petrolio sia dei principali prodotti brasiliani esportati e alla recessione economica del Paese dal 2015. Il prezzo internazionale dello zucchero, ad esempio, è passato dal massimo di 32 centesimi alla libbra del 2011 a 11 centesimi dei primi mesi del 2016, spingendo molti agricoltori a sostituire le piantagioni di canna da zucchero con quelle di soia. Le piantagioni di soia sono aumentate di 2 milioni di ettari dal 2016 – un’area delle dimensioni del New Jersey -, mentre quelle di canna si sono ridotte di quasi 400 mila ettari. Dal 2012 circa 60 zuccherifici sono stati chiusi nella regione centro-sud della canna da zucchero, mentre i circa 270 che sono rimasti in attività devono combattere più duramente che mai per garantirsi le forniture di canna da zucchero.

Dalla crescita degli anni di Lula alla recessione

Quando Lula aveva concluso il suo secondo mandato presidenziale nel 2010, l’economia aveva registrato una crescita del 7,5%, la povertà era stata dimezzata, erano state moltiplicate nuove università, l’inflazione era bassa, il bilancio e il conto corrente erano in eccedenza e il suo grado di approvazione superava l’80%. Per circa due anni la Rousseff (eletta con il 56% dei voti) ha goduto di un consenso abbastanza diffuso, dando dimostrazione di calma e competenza. Ma, i prezzi elevati delle materie prime che avevano sostenuto il boom di Lula, senza che venissero alterati i tassi storicamente bassi degli investimenti e della crescita della produttività del Brasile, hanno iniziato a calare praticamente non appena la Rousseff si è insediata nel 2011, abbassando la crescita all’1,9% nel 2012.

Già a partire dal giugno 2013 si sono avute molte manifestazioni popolari di protesta nelle grandi aree metropolitane come São Paulo contro l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici, gli sprechi in vista dei Mondiali di calcio del 2014, la corruzione, l’inefficienza dei servizi pubblici, la bassa qualità di quelli sanitari ed educativi, e la repressione poliziesca.

Lula aveva pompato denaro – salari minimi più alti, credito più economico, trasferimenti di denaro – per far crescere i consumi dei poveri, ma non aveva investito nei servizi pubblici, la maggior parte dei quali rimaneva disastrosa. Milioni di giovani sono scesi in piazza per chiedere un Paese diverso. “Scusate il disturbo, stiamo trasformando il Brasile”, si leggeva sui manifesti. La protesta sociale ha indebolito la Rousseff, ma è stata duramente e rapidamente repressa dalla polizia.

L’opposizione conservatrice e di destra ha cercato di volgere a suo vantaggio lo scontento delle classi medie urbane che avevano scarsamente beneficiato delle politiche di inclusione della popolazione povera di Lula e Rousseff, e la crisi economica le ha dato una mano. Nel 2012 l’economia è cresciuta solo dell’1,9% perché i cinesi acquistavano meno materie prime, e poi era entrata in recessione negli anni successivi, con l’inflazione e la disoccupazione che aumentavano di settimana in settimana. In poche settimane il rating di approvazione della Rousseff è sceso dal 57 al 30%.

La fine del boom delle materie prime ha reso impraticabile il Lulismo che magicamente aveva dato ai poveri senza togliere i ricchi. Ad inizio del suo secondo mandato, la Rousseff ha finito per seguire politiche di austerità di fronte all’aspra opposizione di una maggioranza di destra al Congresso, una campagna mediatica al vetriolo e una magistratura sempre più aggressiva nei confronti della classe politica.

Alla fine del 2016 la crisi economica brasiliana era stata ormai definita come la peggiore recessione in oltre un secolo. Almeno 48 città hanno di fatto dovuto cancellare il carnevale per evitare di trasformare in voragini i buchi di bilancio e l’austerità ha colpito anche il carnevale di Rio de Janeiro (l’amministrazione cittadina ha dovuto gestire il dissesto finanziario olimpico), realizzato con meno sfarzo, meno ballerine e con le stoffe sintetiche che hanno sostituito i velluti. Molti degli eventi sono stati sospesi a causa dello sciopero ad oltranza della polizia militare (in 10 giorni Espírito Santo ha registrato 150 omicidi).

Il Brasile – la più grande economia del continente latinoamericano con la più grande foresta pluviale del mondo e 211 milioni di persone – tra il 2017 e il 2019 ha vissuto una fase di debole ripresa (nel 2017 c’era stato un aumento dello 0,3% del PIL) trainata da un exploit dell’agrobuisness, che contribuisce per il 23,5% al PIL, ed era dovuto ad una crescita dei prezzi delle commodities e ad un rilancio dell’export verso la Cina (con cui ha avuto un surplus di 20 miliardi di dollari nel 2017) e il commercio bilaterale ha raggiunto un record di 100 miliardi di dollari nel 2018 (anche grazie alla guerra commerciale tra USA e Cina). Negli ultimi anni sono aumentati anche gli investimenti diretti di alcune delle più grandi aziende cinesi (Sinopec, China Three Gorges, State Grid Corporation of China, Cofco, HNA, TCL e Baidu). Secondo Dealogic, il valore delle fusioni e delle acquisizioni cinesi di aziende brasiliane sono state pari a 11,9 miliardi di dollari nel 2016 e a 10,8 miliardi nel 2017 (erano a quasi 5 miliardi nel 2015). Più di 200 aziende cinesi hanno aperto filiali in Brasile negli ultimi 10 anni. L’investimento della Cina in Brasile è cresciuto ad un tasso medio annuo del 29% per raggiungere un totale di 80 miliardi di dollari nel 2018.

L’export di materie prime

Dagli anni ’90 molti settori produttivi del Brasile specializzate nelle esportazioni di materie prime hanno goduto di un lungo boom. Le esportazioni dei prodotti dell’agroindustria, principalmente la soia, sono cresciute in modo esponenziale, insieme alle vendite di minerale di ferro e petrolio greggio. La promozione delle esportazioni agroalimentari brasiliane (soia, mais, legname, carta da cellulosa, caffé, zucchero, cacao, succo d’arancia, carne avicola, suina e bovina) è stata una priorità del governo di Cardoso negli anni ’90. Seguendo il dogma neoliberista dei vantaggi comparati di David Ricardo, che afferma che i Paesi dovrebbero specializzarsi nella produzione di beni in cui sono più efficienti rispetto ad altri beni (per cui dovrebbero vendere all’estero le eccedenze dei primi e importare i secondi), i raccolti di soia sono cresciuti da 81 a oltre 96 milioni di tonnellate tra il 1994 e il 2002 – una crescita che ha prodotto dei benefici principalmente per i grandi proprietari terrieri e le grandi corporations dell’agrobusiness. Il Brasile produce i migliori chicchi di caffè di qualita arabica al mondo, ma a causa della scarso sviluppo tecnologico nella torrefazione industriale del caffè, i chicchi vengono trasformati in altri Paesi prima di essere venduti ai consumatori, il che riduce i profitti dei produttori ed esportatori brasiliani.

Le amministrazioni di Lula e Rousseff non hanno fatto nulla per invertire o contrastare questa tendenza. In particolare, quella di Lula è stata una presidenza socialdemocratica in un periodo di alti prezzi delle materie prime, una congiuntura vantaggiosa per la debole economia del Brasile, che ha consentito di trasferire una considerevole quantità di risorse finanziarie pubbliche nella lotta contro la fame e per aumentare le opportunità di istruzione e di abitazione dei ceti popolari.

Ma, Lula ha respinto l’idea di invertire le privatizzazioni, ha onorato il debito del Brasile e ha seguito le politiche economiche neoliberiste ortodosse. Per questo Lula non ha dato grande ascolto alle invocazioni dei movimenti di sinistra per una riforma agraria – per ottemperare a quanto viene sancito dalla Costituzione che prevede che la proprietà privata debba svolgere una funzione sociale – volta a limitare le dimensioni della proprietà agraria e alla ridistribuzione delle grandi proprietà terriere ai piccoli produttori e ai contadini senza terra. Secondo Oxfam, i grandi latifondisti, l’1% dei proprietari di terra, detengono circa il 45% delle campagne brasiliane, mentre i piccoli coltivatori sono proprietari solo del 2,3%. Ci sono 4 milioni di contadini senza terra e quasi 55 mila fazendas improduttive, pari a circa 175 milioni di ettari.

La produzione di soia e i suoi impatti ambientali e sociali

Dal 2002 la produzione di soia è più che raddoppiata, passando da 96 a oltre 194 milioni di tonnellate nel 2014, quando il Brasile è diventato il maggiore esportatore di soia al mondo (superando gli USA). Nello stesso periodo, i guadagni dall’esportazione di questa produzione sono aumentati, passando da circa 50 miliardi di dollari nel 2002 a oltre 200 miliardi di dollari nel 2014.

Il più grande acquirente è stata la Cina che, al momento dell’elezione di Rousseff nel 2010, importava circa la metà delle esportazioni di soia del Brasile. Nel 2007 il Brasile forniva il 34% della soia importata dalla Cina, rispetto al 38% degli USA, mentre nel 2017 il Brasile ha fornito il 57% della soia importata dalla Cina, rispetto al 31% degli USA.

Dal 2016, il ministro dell’agricoltura è stato Blairo Maggi (ex governatore del Mato Grosso e conosciuto in Brasile come il “re della soia”), proprietario del gruppo Amaggi, primo produttore mondiale di soia, citato nei Paradise Papers per aver costituito con la Louis-Dreyfus una società di trading molto redditizia alle Cayman Islands.

Utilizzando denaro pubblico, in questi anni è stata sviluppata un’articolata organizzazione logistica al servizio della soia. Due affluenti del Rio delle Amazzoni , il Madeira e Tapajos, sono stati trasformati in idrovie. Centinaia di chiatte trasportano milioni di tonnellate di soia dalle aree a sud della foresta – Mato Grosso e Rondonia – fino ai porti (Manaus, Belem, Itacoatiara, Santarem) sul fiume che sfocia nell’Oceano Atlantico. Qui, la soia viene caricata su navi cargo e trasportata verso i principali mercati internazionali di consumo. I grandi produttori sono pronti a costruire una ferrovia lunga mille chilometri che, attraversando aree indigene, foresta primaria e parchi naturali, collegherà la città di Sinop, in Mato Grosso, con il porto di Miritituba, in piena foresta, sul Rio Tapajos.

L’espansione della coltivazione di soia, mais e cotone e dell’allevamento di bestiame è avvenuta soprattutto nella vasta savana tropicale di alberi e arbusti del Cerrado nel Mato Grosso, il più antico bioma del Brasile.

L’attenzione internazionale è concentrata sull’Amazzonia e assai meno sul Cerrado, un’area che ha circa le dimensioni del Messico e si estende nella parte centrale del Brasile, dal confine occidentale con il Paraguay alla costa atlantica verso nord-est, in precedenza ricoperta da alberi da frutto, arbusti e palme, dove vive il 5% della fauna del pianeta e due terzi di quella del Brasile.

Nel cuore del Cerrado venne edificata Brasilia, la nuova capitale del Brasile, nel 1960. Dal 1964 al 1985, la dittatura militare ha lanciato programmi per modernizzare l’agricoltura del Cerrado, migliorare le sue infrastrutture e colonizzare le sue aree più remote. Alla fine degli anni ’70 fu lanciato un programma giapponese-brasiliano per aiutare a colonizzare e sviluppare la regione per garantire l’approvvigionamento di soia.

Grandi imperi del cibo come Cargill e Bunge si sono localizzati. Gli investimenti cinesi hanno contribuito ad asfaltare strade e migliorare i porti, creando infrastrutture che hanno favorito l’esportazione. Negli ultimi 50 anni, circa la metà delle foreste e praterie native del Cerrado sono state convertite in fattorie, pascoli e aree urbane. In particolare, i grandi coltivatori di soia hanno deforestato un’area più grande della Corea del Sud (oltre 105 mila kmq) negli ultimi 10 anni, in gran parte terreni e altipiani pianeggianti facili da meccanizzare per impiantare piantagioni su grande scala.

Le vittime di questo “progresso” sono state le comunità indigene del Cerrado, che di solito non avevano titoli legali di proprietà della terra che avevano usato per generazioni. A molte di loro è stato negato l’accesso alla terra. Sono state minacciate (molti sono stati assassinati) e in alcuni casi si sono impegnate in battaglie legali per avere riconosciuto il diritto alla propria terra.

Sul piano ambientale, i maggiori impatti negativi di questa “rivoluzione verde” riguardano sia il massiccio utilizzo di urea, nitrati, fosfati e pesticidi sia lo stato delle risorse idriche della regione. Una ricerca realizzata dal gruppo svizzero no profit Public Eye e dai giornalisti investigativi di Reporter Brasil e Agência Publica ha rilevato la presenza di quantità preoccupanti di 27 pesticidi (come glifosato, atrazina, paraquat, etc.) nell’acqua di 1.400 città in tutto il Brasile. Undici dei pesticidi di cui è stata trovata traccia erano proibiti in Brasile e 21 di essi erano vietati nella UE. I governi Temer e Bolsonaro hanno autorizzato l’uso di circa 1.500 nuovi pesticidi, molti dei quali vietati nella UE.

Inoltre, grandi progetti di irrigazione o di deviazione delle acque dei fiumi hanno comportato la riduzione dell’acqua per l’agricoltura familiare, determinando conflitti tra i grandi agricoltori dell’agrobusiness e le comunità dei piccoli agricoltori. Ruscelli e sorgenti si riempiono di limo e si seccano mentre la vegetazione attorno a loro svanisce.

Questo a sua volta sta indebolendo le acque sotterranee dei fiumi vitali che scorrono verso il resto del Paese. I corsi d’acqua in pericolo includono il São Francisco, il fiume più lungo del Brasile dopo il Rio delle Amazzoni, dove nella stagione secca i livelli dell’acqua raggiungono minimi mai prima registrati.

Anche la fauna selvatica è minacciata, compresi i rari pappagalli ara giacinto, i lupi dalla criniera e i giaguari, come migliaia di piante, pesci, insetti e altre creature che non si trovano da nessun’altra parte sulla terra.

Tra le cause del disboscamento del Cerrado e della foresta Amazzonica non c’è solo la necessità di fare spazio alle coltivazioni di soia con cui produrre mangime per gli animali da allevamento o a quelle di canna da zucchero con cui produrre etanolo. Si creano anche enormi spazi per il pascolo dei bovini per rifornire di carne il mercato globale.

Il Brasile è il secondo produttore di carne bovina al mondo; si allevano 850 milioni di bovini, circa 4 ogni abitante, mentre si esporta carne bovina per un quarto del consumo globale per un valore di 6,5 miliardi di dollari all’anno. Nel 2020, il Brasile ha fornito il 43% delle importazioni di carne dalla Cina, con le esportazioni di carne bovina in aumento del 76% rispetto al 2019. Le importazioni di carne bovina sono aumentate perché la Cina ha cercato di sostituire le proteine da carne suina (la peste suina africana ha dimezzato i circa 440 milioni di maiali abitualmente allevati in Cina). Un boom che dipende anche dalla qualità della carne bovina brasiliana e dal suo basso prezzo, dopo che la valuta brasiliana, il real, è crollata nel 2020. Di fatto, la carne brasiliana è tra le più economiche al mondo. Quasi il 70% delle esportazioni di carne brasiliana in Cina proveniva dal Cerrado e dall’Amazzonia nel 2017, secondo Trase (Transparency for Sustainable Economies), una rete europea che monitora le catene di approvvigionamento.

Il disboscamento dipende anche dall’export di legname pregiato e carta (prodotta dalla cellulosa). Proprio nella produzione della carta da cellulosa (soprattutto di eucalipto) è nato di recente un colosso mondiale – con il 17% del mercato globale -, frutto dell’acquisizione della Fibria Celulose da parte della Suzano Papel e Celulose, le due più grandi industrie del settore in Brasile, per 36 miliardi di dollari (battendo la concorrenza della Paper Excellence, la holding controllata dalla famiglia Widjaja, il maggiore operatore di carta e cellulosa dell’Indonesia). L’operazione è stata finanziata con 9,2 miliardi di dollari da banche internazionali (BNP Paribas, JP Morgan Chase, Rabobank e Mizuho). Un ruolo centrale nell’operazione ha avuto la banca governativa brasiliana Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social (BNDES) che deteneva il 29,1% della Fibria e il 6,9% della Suzano. I maggiori concorrenti della nuova aggregazione sono le brasiliane Eldorado Brasil e Cellulose Irani e le cilene Arauco e CMPC.

Il Brasile è la maggiore economia del Mercato Comune Meridionale, il Mercosur (gli altri Paesi aderenti sono Argentina, Uruguay e Paraguay, con Venezuela sospeso dal 2016, mentre sono associati Bolivia, Cile, Perù, Colombia ed Ecuador), l’area di libero scambio del continente latino-americano che sta trattando un accordo commerciale free-trade con l’Unione Europea. Un accordo avversato da 450 organizzazioni della società civile latino-americane ed eurepee che ritengono che sia al servizio degli interessi privati a scapito dei limiti ecologici e del benessere degli animali, generando disuguaglianze sociali insostenibili. In effetti, gli obiettivi e gli elementi centrali di questo accordo sono in diretta opposizione all’azione per il clima, alla sovranità alimentare, alla difesa dei diritti umani e del benessere degli animali. L’accordo, infatti, incentiverà ulteriormente la distruzione e il collasso della biodiversità in Amazzonia, nel Cerrado e nel Gran Chaco, attraverso l’aumento delle quote di importazione per carne bovina ed etanolo, perpetuando un modello estrattivo di agricoltura incarnato dal pascolo intensivo, dall’espansione delle aree recintate per l’allevamento e dalle monocolture dipendenti dalla chimica.

Se approvato, l’accordo commerciale metterà a rischio anche la sopravvivenza sia in Europa sia in Sud America, dell’agricoltura familiare. Invece di promuovere lo sviluppo di economie solide, diversificate e resilienti perpetua il ruolo – per i Paesi sudamericani – di esportatori a basso costo di materie prime ottenute attraverso la distruzione dei piccoli produttori non intensivi e di risorse naturali vitali.

L’export di commodities agricole

L’esportazione di commodities agricole svolge un ruolo strategico nel sostenere il capitalismo e l’intero sistema politico-istituzionale brasiliano. L’accesso alle riserve in valuta estera ottenuto attraverso le vendite all’esportazione consente ai governi di ripagare i debiti verso le banche estere e le istituzioni finanziarie internazionali.

Il PT sotto Lula ha fatto proprio questo, pagando il debito di 13 miliardi di dollari al FMI nel 2005, un anno prima del previsto. Ma invece di cambiare strada, l’amministrazione di Lula ha continuato a sostenere l’agrobusiness che ha continuato a fornire valuta estera in modo costante e ha permesso al governo di controllare il valore del real brasiliano.

Le amministrazioni di Lula e Rousseff hanno mantenuto il loro sostegno all’agrobusiness, nonostante le richieste dei movimenti di sinistra dei sem terra di attuare una radicale espropriazione e ridistribuzione della terra: tali misure avrebbero messo in pericolo il mezzo primario utilizzato dal governo per pagare gli interessi finanziari sui debiti con l’estero e stabilizzare la valuta brasiliana per gli investitori.

Dietro la crescita delle esportazioni agricole brasiliane ci sono centinaia di migliaia di operai agricoli che spesso lavorano in condizioni assai precarie: salari da miseria, assenza di protezione sociale e contaminazione da pesticidi. Secondo i dati dell’Osservatorio digitale dell’ispettorato del lavoro (Mpt) e dell’ILO, tra il 1995 e il 2017 sono stati “liberati” oltre 50 mila lavoratori, in prevalenza neri e meticci, ridotti, secondo l’articolo 149 del codice penale brasiliano, in “condizioni equiparabili a quelle della schiavitù”.

Araraquara, una città di 226 mila abitanti dello Stato di São Paulo, è soprannominata la “capitale mondiale dell’arancia” perché è situata nel cuore del più grande frutteto dell’America Latina. Il Brasile produce più del 60% delle arance consumate nel mondo. La sua produzione è principalmente destinata all’esportazione, il più sovente sotto forma di succo e di concentrati. E’ nello Stato di São Paulo che sono prodotti e trasformati la quasi totalità dei frutti, in seguito trasportati congelati a mezzo nave verso l’Unione Europea o gli Stati Uniti.

Il settore si è largamente industrializzato di fronte ad una domanda che è aumentata del 15% in dieci anni, creando una pressione sempre maggiore sugli operai agricoli. Contrariamente ad altri tipi di piantagioni, come la canna da zucchero, che oggi sono molto meccanizzate, la raccolta delle arance richiede ancora molta manodopera. Fino a 200 mila operai agricoli sono assunti nella regione per il periodo di raccolta, di cui il 78% con contratto temporaneo.

Ogni mattina, i giornalieri scendono dai minibus delle società di reclutatori (veri e propri “caporali” chiamati i liders) per una giornata di lavoro ufficialmente fissata a sette ore, ma che si prolunga spesso in ore supplementari. Un operaio può raccogliere fino a 2 mila kg al giorno di arance. Un minimo giornaliero è fissato, ma per guadagnarsi da vivere decentemente, cioè un po’ più del salario minimo, gli operai sono sempre obbligati a fare dei sacchi supplementari.

Più della metà della arance raccolte dai produttori indipendenti sono destinate alle fabbriche delle tre imprese multinazionali che si dividono ormai il 70% del settore: Citrosucco (Fisher/Citrovita), Cutrale e Louis Dreyfus Company B.V. (ex Louis Dreyfus Commodities) che controllano una gran parte della filiera, dalle piantagioni al trasporto, passando per la pressatura.

L’export delle industrie minerarie, petrolifere e del gas naturale

A differenza delle esportazioni di commodities agroalimentari, che producono scarse entrate fiscali dirette, le royalties delle industrie minerarie, petrolifere e del gas naturale forniscono risorse vitali al governo per tutto, dalle prestazioni del welfare alla costruzione delle infrastrutture. I pagamenti delle royalties sono sempre stati una componente centrale dell’industria delle materie prime del Brasile, a partire dalla creazione di Petrobras negli anni ‘50. Il regime della royalty, creato negli anni ’50, sopravvissuto ai tentativi di privatizzazione negli anni ’90, pone una tassa del 5-10% sui guadagni all’esportazione. Le entrate vengono divise tra comuni, Stati e governo federale per finanziare un’ampia varietà di programmi.

Le amministrazioni PT hanno incoraggiato l’espansione dell’esplorazione e dello sfruttamento di materie prime. Dopo la scoperta di estese riserve di gas e petrolio offshore nel 2007 (un enorme giacimento conosciuto come Pré-Sal, anche se a 6 mila metri di profondità), sono state approvate nuove leggi nel 2010 e 2012 per rafforzare Petrobras e centralizzare il flusso delle royalties. La Legge 12.276 ha consentito al governo federale di espandere la propria quota di controllo in Petrobras, garantendo alla società il controllo sulla produzione fino a 5 milioni di barili di petrolio, mentre la legge 12.304 ha creato un’altra impresa statale – l’Empresa Brasileira de Administração de Petróleo e Gás Natural SA (Pré-Sal Petróleo SA – PPSA) – per sovrintendere ai potenziali investimenti e produzioni dei privati. PPSA non si impegna direttamente nella produzione e negli investimenti, ma monitora le imprese private e fornisce assistenza nella commercializzazione. Le leggi 12.351 e 12.374 hanno assicurato che il governo, soprattutto a livello federale, abbia accesso alle royalties di petrolio e gas (il tasso massimo è fissato al 3% dei profitti per l’estrazione mineraria e al 10% per il petrolio e il gas naturale).

Il potere del governo di addebitare e incassare le royalties rimane in piedi indipendentemente dal fatto che la proprietà di una società sia pubblica o privata. Inoltre, la legge 12.351 ha creato il Fundo Social che dirige il 15% delle royalties derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas naturale dal giacimento Pré-Sal verso governi statali e comunali per l’istruzione, lo sport, la cultura, la scienza o l’ambiente. La legislazione dà al governo federale un maggiore controllo sulle risorse attraverso il Fundo Social, nonché un maggiore margine di manovra per decidere come viene allocata la rendita petrolifera.

Anche se Petrobras rimane un’impresa pubblica – lo Stato brasiliano ne detiene la quota di controllo – l’azienda si comporta come se fosse privata, guidata dall’imperativo di acquisire maggiori risorse e di realizzare un profitto dalle vendite. Quando Cardoso negli anni ’90 ha posto fine al monopolio di Petrobras sull’industria del petrolio e del gas naturale, l’impresa ha iniziato a investire ulteriormente in nuove tecnologie di produzione e di esplorazione per stare al passo con i potenziali concorrenti stranieri.

L’esportazione di materie prime fondamentali come il minerale di ferro è anch’essa cresciuta esponenzialmente durante i primi anni 2000, guidata dalla rapida crescita dell’economia cinese. La Cina è diventata anche il principale importatore di petrolio brasiliano – acquistando il 35% delle sue esportazioni totali – dopo un accordo in base al quale la China Development Bank si è impegnata a fornire credito a Petrobras. Invece di acquistare direttamente una partecipazione azionaria di controllo di Vale S.A., la Bank of China e la Chinese Export/Import Bank hanno fatto dei prestiti all’industria mineraria per la costruzione di navi e le attività di esplorazione. Banche e gruppi cinesi hanno sostenuto il China Brazil Fund, un fondo del valore di 20 miliardi di dollari che finanzia progetti infrastrutturali.

Grazie soprattutto a Vale S.A., il Brasile è oggi il più grande esportatore al mondo di torio e niobio (metalli preziosi utilizzati nella tecnologia dell’esplorazione spaziale e nei superconduttori che si trovano quasi solo in Brasile), ed è al terzo posto nelle esportazioni di minerali di ferro, grafite e bauxite. A differenza delle industrie del petrolio e del gas naturale, la legislazione relativa all’industria mineraria è rimasta sostanzialmente invariata da decenni. Le royalties minerarie rappresentano il 3% delle vendite totali delle esportazioni e, come le entrate provenienti dalle vendite di petrolio e gas naturale, forniscono al governo brasiliano molti milioni di dollari in entrate annue che sono distribuite alle autorità municipali, statali e federali.

Nel 2014, il boom ventennale del settore delle materie prime è bruscamente finito. L’improvviso crollo degli introiti per l’esportazione di petrolio, gas naturale e altre materie prime minerarie – e quindi delle royalties incassate – può essere ricondotto principalmente alla contrazione relativa dell’economia cinese. I prezzi di varie materie prime sono scesi precipitosamente, causando una crisi di bilancio in tutti i governi locali, statali e federale. Nel 2016, i comuni di tutto lo Stato di Rio de Janeiro (dove si trova il giacimento Pré-Sal) hanno registrato un calo dei ricavi del 30-40% rispetto agli anni precedenti, a causa di un calo del flusso di risorse. Lo Stato di Rio Grande do Sul ha perso nel 2016 circa 800 milioni di reais (circa 300 milioni di dollari) rispetto al 2015. Tali perdite di entrate hanno causato la diffusa carenza di finanziamenti per la costruzione di scuole, l’assunzione di medici e il pagamento dei dipendenti pubblici nel 2016 rispetto al 2015.

La recessione del 2015-2016 e le Olimpiadi

La Rousseff non aveva creato la crisi, ma ne ha pagato il prezzo insieme al Paese. Nel 2015 l’economia brasiliana ha registrato una decrescita del 3,8% e del 3,6% nel 2016, con un tasso di disoccupazione del 10%, un deficit dell’8,9% e un’inflazione molto alta (intorno al 10%). Gli investimenti reali sono diminuiti di circa il 30% tra l’inizio del 2014 e l’inizio del 2017.

Almeno fino al 2008 il Brasile, uno dei Paesi più grandi del mondo, il più ampio per superficie dell’America Latina, e uno dei cinque Paesi più popolosi al mondo (211 milioni di abitanti), è stato uno dei Paesi BRICS a più alta crescita economica. Ancora nel 2011 si era classificato tra le maggiori potenze economiche mondiali, inferiore soltanto agli Stati Uniti nel continente americano, con previsioni che lo vedevano quarto tra i Paesi più ricchi entro il 2050.

La rapida crescita economica aveva indotto il Paese a candidarsi come organizzatore sia dei Mondiali di Calcio nel 2014 sia delle Olimpiadi nel 2016 (per la cui assegnazione da parte del CIO venne pagata una mazzetta di 2 milioni di dollari nel 2009 per comprare i voti decisivi di alcune federazioni africane).

I costi dei giochi olimpici sono lievitati arrivando probabilmente a circa 20 miliardi di euro, mentre il denaro proveniente dall’estrazione di petrolio si è drasticamente contratto, una combinazione che ha portato le amministrazioni municipale e statale di Rio de Janeiro sull’orlo del fallimento, in uno stato di “calamità finanziaria”. I 120 mila posti di lavoro generati (invece dei 300 mila promessi), sono scomparsi all’80%, mentre non c’è stato un reale guadagno turistico ed economico. A pochi mesi dalla fine dei Giochi, una serie di importanti siti olimpici sono caduti in uno stato di abbandono. Dalla cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi, il nuovo stadio Maracanã (costato 600 milioni di euro) è stato saccheggiato, molte strutture sono state chiuse e il circuito da golf olimpico è entrato in decadenza.

Finiti i Giochi l’area olimpica, che si trova nella zona occidentale di Rio, doveva essere trasformata in un parco e in un’area ricreativa. Ma il municipio l’ha chiusa non mantenendo le promesse di “conversione” di impianti sportivi, stadi, villaggi olimpici a beneficio della popolazione carioca. Il villaggio degli atleti – un’area di 800 mila metri quadrati – è ancora aperto, ma si è dimostrata una scelta abitativa poco desiderabile e proibitiva per i residenti locali, mentre il 22% della popolazione continua a vivere nelle case auto-costruite delle favelas.

Secondo uno studio di Amnesty International, le Olimpiadi di Rio hanno lasciato “l’eredità opaca di una città in cui l’emarginazione e la discriminazione sono radicate e dove le violazioni dei diritti umani sono numerose, visto che la violenza è sempre parte del panorama”. Circa 80 mila poveri sono stati cacciati dalle loro case per far posto alle infrastrutture dei Giochi, la maggior parte dei quali ora vive in situazioni peggiori di prima, e questi erano già i più poveri in una città con grandi disuguaglianze.

Le uniche concrete eredità olimpiche sono stati alcuni miglioramenti del trasporto pubblico, soprattutto nelle zone ricche. Il lascito più importante è stata la Linea vermella della metropolitana, che sommata al rafforzamento di altre linee, ha migliorato l’accessibilità ai mezzi pubblici per molti abitanti, anche se circa 6,5 milioni di cittadini delle classi più disagiate avrebbero avuto accesso al trasporto pubblico se si fossero rimessi in sesto i più di 300 km di linee ferroviarie esistenti. Troppo poco rispetto alle risorse spese e alla speranza iniziale che Rio riacquistasse lo splendore perso nel 1960, quando smise di essere la capitale (con il trasferimento a Brasilia) e la mecca tropicale della mondanità e dei vacanzieri ricchi.

Un Paese violento e disuguale

Oggi, Rio è tornata ad essere una città violenta: nel 2017 sono stati uccisi almeno 134 poliziotti e quasi 6.600 persone (quasi 60 mila in tutto il Brasile, per quasi tre quarti pretos/neri, con una media giornaliera di 14 persone uccise dalla polizia), con guerre tra le gang di narcotrafficanti e le milizie paramilitari che controllano le favelas e un alto tasso di criminalità (furti, rapine, traffico e spaccio di droga, stupri, etc.).

Mancavano i soldi per pagare gli stipendi degli insegnanti e della polizia (che all’inizio del 2017 ha scioperato per tre mesi), per cui il presidente ad interim Temer ha dichiarato lo stato d’emergenza e mandato l’esercito a presidiare l’ordine pubblico ed esercitare il controllo delle forze di polizia civili e militari, dei pompieri e dei penitenziari (una decisione sostenuta dalle classi medie e ricche). Temer aveva anche creato un nuovo ministero straordinario della sicurezza pubblica e nominato un generale, Joaquim Silva e Luna, ministro della Difesa. Una deriva preoccupante che ha visto un sempre maggiore coinvolgimento diretto dei militari nella gestione dell’ordine pubblico, considerando anche che una legge approvata nell’ottobre 2017 stabilisce che le indagini sulle morti civili durante le azioni di polizia da parte delle forze armate siano gestite da tribunali e procuratori militari.

Una evoluzione molto pericolosa, tenendo conto del brutale assassinio, avvenuto nella notte del 14 marzo 2018, di Marielle Franco (e del suo assistente Anderson Gomes), l’attivista nera per i diritti umani, sociologa, lesbica e consigliera comunale carioca socialista (PSOL) che aveva denunciato le uccisioni di residenti delle favelas da parte della polizia e delle milizie paramilitari (formate prevalentemente da poliziotti e pompieri in servizio o in pensione e con stretti rapporti con politici locali), e del fatto che nel 2018, secondo le cifre ufficiali, 1.442 persone sono state uccise (una ogni cinque ore e mezzo) a causa della loro “opposizione all’intervento della polizia” nello Stato di Rio.

Dopo oltre un anno di indagini, la polizia ha considerato come principali esecutori dell’omicidio Franco due ex poliziotti, ma non è stata fatta luce sui mandanti. Le indagini sono state orientate sui membri della milizia paramilitare Escritório do Crime (“ufficio del crimine”) che controlla la favela Rio das Pedras, il cui capo era un ex agente delle forze speciali (espulso per i legami con il gioco d’azzardo nel 2014), Adriano Magalhães da Nóbrega (prima latitante, poi ucciso dalla polizia). Il giornale O Globo ha affermato che durante il periodo in cui Flávio Bolsonaro (figlio del presidente Jair e attuale senatore federale) era un parlamentare dello Stato di Rio, aveva assunto sia la madre che la moglie di Nóbrega come funzionarie del suo gabinetto.

La magistratura ha aperto un’indagine su Flávio in relazione a crimini di corruzione e di associazione con il gruppo paramilitare di Nóbrega e lo ha formalmente accusato di appropriazione indebita, riciclaggio di denaro sporco, appropriazione indebita di fondi e direzione di una “organizzazione criminale” (4 novembre 2020). Le accuse, che Flávio Bolsonaro ha sempre definito parte di un complotto politico contro suo padre, ruotano attorno a sospetti che fosse impegnato in una pratica diffusa, ma criminale nella politica brasiliana, nota come “rachadinha” (“spartizione salariale“), quando era un membro del Congresso di Rio dal 2004 al 2018. In base allo schema, i politici corrotti sottraggono dai loro collaboratori una parte dei loro salari pagati dallo Stato.

Inoltre, occorre tener conto che il sistema giudiziario incarcera giovani neri su vasta scala e la popolazione carceraria del Brasile è la quarta più grande al mondo (720 mila persone). Due quinti dei detenuti, in arresto provvisorio, attendono processi che possono durare due, tre o più anni per essere celebrati.

Quasi la metà della popolazione del Paese è bianca, ma quasi l’80% delle persone uccise dalla polizia e il 70% di quelle incarcerati non lo sono. La legge sulle droghe del 2006, forse con buone intenzioni, mirava a ridurre le pene ai consumatori e ad aumentare quelle ai trafficanti, ma non specificando la quantità di ogni droga che differenzia gli uni dagli altri, ha lasciato che la decisione spettasse al delegato di polizia e al giudice, in un Paese dove il razzismo istituzionale continua ad essere forte. Il risultato è stato l’esplosione del numero di giovani neri e mulatti incarcerati.

Le carceri sono sovraffollate e sotto il controllo delle organizzazioni dei trafficanti di droga in lotta fra di loro, determinando frequenti rivolte e omcidi di massa. Nel gennaio 2017, ad esempio, circa 150 detenuti sono morti durante tre settimane di violenze nel nord e nord-est del Brasile, mentre le bande locali sostenute dalle due più grandi organizzazioni di trafficanti di droga del Brasile – il Primo Comando Capitale e il Comando Rosso – si sono massacrate a vicenda. Almeno 42 detenuti sono stati trovati strangolati il 27 maggio 2019 in quattro carceri nella città di Manaus, dove un combattimento tra detenuti appartenenti a bande rivali aveva provocato 15 morti il giorno prima. Nel carcere di Altamira (Stato del Parà), una struttura con una capacità di 200 detenuti che ne ospitava 311, una rivolta è divenuta un regolamento di conti tra gang del narcotraffico rivali causando 57 morti (con 16 corpi trovati decapitati) il 20 luglio 2019.

Il governatore dello Stato di Rio de Janeiro, Wilson Witzel, un ex magistrato eletto nell’ottobre 2018, ha detto che le forze di sicurezza avrebbero dovuto essere autorizzate ad usare la forza letale (usando tattiche sparare-per-uccidere ed esecuzioni sommarie) contro i sospettati nelle favelas infestate dalla criminalità e che Rio ha bisogno della sua versione del campo di prigionia di Guantánamo Bay per liberare la società dai criminali, che ha definito “terroristi“. Misure che, secondo gli attivisti per i diritti umani, equivalgono ad introdurre la pena di morte senza processo e sono incostituzionali.

Nel 2019, le forze di polizia dello Stato di Rio hanno ucciso 1.546 persone (+18%) nel corso di scontri a fuoco durante operazioni condotte in stile militare con il supporto di elicotteri. I tre quarti delle vittime erano nere e avevano tra i 14 e i 29 anni. A São Paulo le persone uccise dalla polizia sono state 426 nel primi sei mesi del 2019. Bolsonaro ha detto che spera che i criminali “possano morire nelle strade come dei bacarozzi” grazie alle leggi che spera di far approvare dal Parlamento per proteggere sul piano legale (excludente de ilicitude) le forze di sicurezza e i cittadini che sparano ai sospettati di crimini. Il giorno di Natale 2019, il presidente ha concesso l’indulto ai poliziotti e ai militari colpevoli di “uso sproporzionato della forza”.

Esiste una stretta interconnessione tra ordinaria violenza urbana (lo stupro è comune quanto gli omicidi: raddoppiati dal 2013 a più di circa 59 mila all’anno, circa 175 al giorno, nel 2017, per poi scendere a 51 mila nel 2018, ma dal 2000 sono state uccise oltre 1 milione di persone), cartelli della droga pesantemente armati, disuguaglianza economica espressa nell’estrema segregazione spaziale e razziale, sistema di sostegno sociale al collasso e clientelismo politico.

Le gang di minorenni armati circolano liberamente nelle favelas di Rio de Janeiro dove le case di mattoni a vista sono state costruite dai loro stessi residenti (circa 1,5 milioni di persone, in maggioranza neri) su terreni su cui non possiedono alcun diritto. Si tratta di quartieri in cui non esiste un sistema fognario, il servizio postale non consegna la posta, l’elettricità è ottenuta attraverso allacciamenti abusivi e la TV via cavo è distribuita attraverso accordi stipulati con i capi delle bande di spacciatori di droga locali. Il trasporto pubblico è fornito da furgoni controllati da gruppi paramilitari che si fanno pagare il pizzo dai residenti in cambio di “protezione” e monopolizzano la distribuzione delle bombole del gas da cucina. Gli ospedali pubblici sono inesistenti e gli ambulatori medici sono rari, sovraffollati, con personale insufficiente e non attrezzati. Le associazioni di quartiere ufficialmente riconosciute sono generalmente dei punti di contatto tra il governo, il sistema clientelare, i cartelli della droga e i gruppi paramilitari, collegamenti utili ogni volta che c’è un’elezione. C’è anche la ben nota pratica di pagare del denaro (il cosiddetto “arrego”) alle pattuglie della polizia locale che in cambio chiudono un occhio sul via vai di spacciatori e compratori di droga.

 

Petrobras e il finanziamento del sistema politico

Petrobras era l’azienda più importante di tutta l’America Latina sia per valutazione sia per le dimensioni dei debiti, con la più grande riserva di petrolio scoperta nel XXI secolo a largo della costa di Rio de Janeiro. Assorbiva più di un ottavo di tutti gli investimenti del Brasile, garantendo centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle costruzioni, nella cantieristica navale e nelle raffinerie, e collaborando con fornitori internazionali come la Samsung Heavy Industries e la Rolls-Royce.

Oggi, Petrobras attraversa una grave crisi (è l’azienda petrolifera più indebitata al mondo), con aziende straniere che controllano la produzione dei nuovi giacimenti petroliferi e con un governo che ha manifestato l’intenzione di vendere la partecipazione di controllo dello Stato in Petrobras.

Per chiudere l’inchiesta giudiziaria lava jato ha dovuto pagare 853 milioni di dollari alle autorità brasiliane ed americane (SEC e Dipartimento della Giustizia) in base ad un accordo con i tribunali USA. Decine di aziende straniere che forniscono attrezzature ingegneristiche, linee elettriche e trivelle sono finite nel mirino degli organismi di controllo e degli azionisti per le tangenti pagate per assicurarsi gli appalti della Petrobras. Tra queste c’è stata anche la Rolls-Royce, che ha registrato pesanti perdite per via delle multe imposte a gennaio 2017 dalle autorità brasiliane, britanniche e americane.

La Corte dei Conti brasiliana ha sospeso dagli appalti un gruppo di aziende accusate di fare parte del cosiddetto “club dei 15”, un cartello di aziende che si sarebbero spartite per anni le grandi opere pubbliche, di cui facevano parte la brasiliana Oderbrecht e l’italo-argentina Techint controllata dalla dinastia familiare italo-argentina Rocca (un gruppo da 24 miliardi di dollari di fatturato annuo che controlla 450 società con 75 mila dipendenti diretti ed indiretti in 45 Paesi, producendo acciaio e costruendo oleodotti, gasdotti e centrali di energia in tutti i continenti).

L’inchiesta dei magistrati ha dimostrato che i dirigenti di Petrobras gonfiavano deliberatamente gli appalti per i lavori di ristrutturazione degli uffici, le trivelle, le raffinerie e le navi da esplorazione. Ai fornitori veniva permesso di lavorare a condizioni molto vantaggiose se versavano in tangenti una quota che oscillava tra l’1 e il 5% di ogni contratto. Dopo aver dirottato milioni di dollari in questi fondi, i dirigenti della Petrobras li usavano per pagare i politici che li avevano nominati e i rispettivi partiti. L’obiettivo principale di questo traffico illecito, che ha sottratto miliardi di dollari a contribuenti e azionisti, era il finanziamento delle campagne elettorali per mantenere al potere le coalizioni di governo.

Altri filoni importanti dell’inchiesta lava jato hanno riguardato oltre 30 imprese di costruzioni che hanno finito per coinvolgere grandi conglomerati brasialiani come Andrade Guiterrez e Odebrecht.

Andrade Gutierrez è un conglomerato multinazionale privato brasiliano fondato nel 1948 a Belo Horizonte (Minas Gerais) dalle famiglie Andrade e Gutierrez. Dal 2013 era la seconda più grande impresa di costruzioni in Brasile con filiali in 44 Paesi e un reddito netto di circa 3 miliardi di euro. La società di costruzioni Andrade Gutierrez Engenharia ha firmato un accordo di circa 381 milioni di dollari per chiudere le vicende giudiziarie che l’hanno vista accusata di corruzione. L’accordo è stato subordinato alla cooperazione dell’impresa nelle indagini. Andrade Gutierrez ha accettato di collaborare alle indagini e di testimoniare sui reati che coinvolgevano almeno 100 altre società e 250 persone.

Il caso Odebrecht

L’indagine lava jato ha trattato 90 accuse criminali contro oltre 430 individui diversi, ottenendo circa 250 condanne per 174 persone (tra cui 16 politici), recuperando alle casse pubbliche circa 4 miliardi di euro. Per questi casi le tangenti accertate ammontavano a 1,6 miliardi di dollari. Si ritiene che altri 3,3 miliardi siano stati pagati illegalmente in Paesi al di fuori del Brasile, richiedendo la cooperazione internazionale per il recupero di questi fondi. Altri 10,4 miliardi devono ancora essere pagati per danni. L’inchiesta ha fatto emergere che in Brasile il 73% dei fondi destinati alle opere olimpiche si è disperso in tangenti e deviazioni dai progetti originari.

Il filone più clamoroso dell’inchiesta della magistratura è stato il “caso Odebrecht” incentrato sul colosso omonimo del settore delle costruzioni (22,1 miliardi di euro di fatturato nel 2017) che, per aggiudicarsi sia le commesse della Petrobras sia le grandi opere delle Olimpiadi sia altri grandi lavori in Brasile e all’estero, si è fatto largo distribuendo mazzette a politici, alti funzionari pubblici e manager privati per un totale di circa 800 milioni di dollari.

Le indagini sul caso Odebrecht hanno coinvolto 108 personalità, fra cui 29 senatori, 48 deputati, 12 governatori, 8 ministri, 5 ex presidenti del Brasile e hanno investito anche l’ex presidente Michel Temer, già giudicato colpevole di aver violato la legge elettorale ed interdetto dai pubblici uffici per 8 anni da un giudice di un tribunale di São Paulo (giugno 2016), e successivamente messo formalmente sotto accusa per corruzione (26 giugno 2017), ma salvato dal voto contrario sull’autorizzazione a procedere da parte della Camera.

Per ben due volte Temer ha rischiato di finire sotto impeachment, ma si è salvato, riuscendo a ricompattare la base parlamentare alleata e ad assicurarsi che le accuse fossero rigettate, spendendo 32 miliardi di reais nel cosiddetto “pacchetto di omaggi”, ovvero autorizzazioni di spesa in specifici distretti elettorali o per la costruzione di opere pubbliche d’interesse di singoli partiti, deputati o senatori della coalizione di maggioranza. Temer non è mai stato molto popolare (con indici di consenso sempre al di sotto del 10% degli elettori) ed è arrivato al potere grazie ad un’alleanza tra il PMDB (un partito centrista formato da una rete tentacolare di clientelismo in contesti rurali e piccole città) e il PSDB (il partito della destra dei grandi affari e della classe media), gli sconfitti dalla Rousseff nelle presidenziali dell’ottobre 2014.

Fondata nel 1940 da Norberto Odebrecht, un piccolo costruttore di origine tedesca, con l’aiuto di generose commesse pubbliche dei generali degli anni della lunga dittatura (1964-1985), Odebrecht era diventata una delle maggiori aziende del Paese. Era cresciuta fino a trasformarsi in un conglomerato con 180 mila dipendenti in 21 diversi Paesi e un fatturato da oltre 35 miliardi di euro all’anno. Costruiva metropolitane, porti, aeroporti, strade, stadi di calcio. Ha avuto interessi nella chimica, nell’ingegneria aerospaziale, nelle assicurazioni, nella finanza, nell’agrindustria, nell’industria militare, nei trasporti, nei biocombustibili, nell’estrazione del gas, nei servizi ambientali e nel mercato immobiliare.

Negli anni della presidenza di Lula, Odebrecht era diventata anche una multinazionale che ha cercato di espandere il capitalismo brasiliano in tutta l’America Latina.

Negli ultimi anni, a causa degli scandali, l’azienda ha dovuto lottare per coprire i debiti e ha rischiato il fallimento. E’ stata estromessa dai concorsi per gli appalti pubblici (non solo in Brasile, ma anche negli USA) e ha incontrato enormi difficoltà ad ottenere prestiti dalle banche. Ha licenziato dipendenti e venduto aziende controllate e partecipazioni per sopravvivere (ha venduto, ad esempio, la quota di maggioranza del Galeão, l’aeroporto internazionale di Rio de Janeiro, per 310 milioni di dollari alla cinese HNA che in Brasile aveva comprato anche la compagnia aerea Azul e le società di assistenza a terra Swissport e di catering Swiss Gategroup). La società ha licenziato 100 mila dipendenti in tre anni. Con le giustizie americana, svizzera, peruviana e brasiliana ha accettato di pagare sanzioni per 3,7 miliardi di dollari per poter riprendere a lavorare negli appalti pubblici, che sono anche la sua maggiore fonte di entrate. Nell’aprile 2020 è riuscita a raggiungere un accordo con i creditori per la ristrutturazione di oltre il 99% dei 9,7 miliardi di dollari di debito.

Una multinazionale delle tangenti

Il superamento delle frontiere brasiliane dell’onda lunga dell’operação lava jato e la sua estensione a tutto il continente, dal Messico all’Argentina, ha reso evidente che, se negli anni ’70 e ’80 la grande malattia dell’America Latina erano le dittature e i regimi militari, nel primi due decenni del XXI secolo l’epidemia è stata la corruzione della sua classe imprenditoriale e politica democratica.

Una malattia denunciata anche da Papa Francesco nel corso del suo viaggio in Perù nel gennaio 2018: “Oggi possiamo dire che gran parte dell’America Latina soffre nella sua politica di una grande decadenza e di corruzione. Credo che la politica sia in crisi, molto in crisi, in America Latina per la corruzione, un virus sociale, un fenomeno che infetta tutto.”

Odebrecht, la più grande multinazionale brasiliana, è stato uno dei principali untori che ha trasmesso la peste, ottenendo contratti milionari dai governi di Argentina, Perù, Venezuela, Colombia, Ecuador, Paraguay, Panama, Repubblica Dominicana e Cuba (ma anche Angola, Mozambico e Francia), per realizzare grandi infrastrutture pubbliche. Le inchieste della magistratura brasiliana (e le confessioni di Marcelo Odebrecht, presidente della compagnia, condannato a 19 anni di carcere, e di altri 77 dirigenti) hanno evidenziato che, per ottenere quei contratti, l’azienda brasiliana ha pagato tangenti un po’ ovunque, finanziando in molti casi, con valuta in nero, le campagne elettorali di numerosi capi di Stato – Santos e Uribe in Colombia; Toledo, Garcìa e Ollanta in Perù; Kirchner e Macri in Argentina; Zedillo in Messico; Correa in Ecuador; Cartes in Paraguay; Martinelli e Varela a Panama; oltre a Lula, Rousseff e Temer in Brasile – o aspiranti tali. Odebrecht ha ammesso di aver pagato tangenti per 349 milioni di dollari in Brasile e per 439 milioni di dollari fuori dal Brasile: 98 milioni solo in Venezuela (sia ai chàvisti di Maduro sia al candidato presidenziale dell’opposizione Henrique Capriles), 92 a Santo Domingo, 59 a Panama, 35 in Argentina, 33,5 in Ecuador, 29 in Perù, 18 in Guatemala, 11 in Colombia.

Le indagini hanno rivelato l’esistenza di un dipartimento (chiamato “divisione delle operazioni strutturate”), all’interno di Odebrecht, dedicato unicamente al pagamento – con la cosiddetta “caixa dois” (seconda cassa) – delle tangenti attraverso paradisi fiscali e numerosi intermediari. L’azienda si garantiva le commesse pubbliche per le infrastrutture da costruire nei diversi Paesi, tutte gonfiate per rientrare dei fondi neri spesi per le tangenti. Dagli stadi per i Mondiali di calcio in Brasile ai lavori della metropolitana di Caracas.

Alejandro Toledo, il presidente del Perù tra il 2001 e il 2006, che guidò il movimento sociale che mise fine alla dittatura di Alberto Fujimori, ad esempio, è stato accusato dalla giustizia del suo Paese di aver ricevuto dalla Odebrecht 20 milioni di dollari in tangenti. Toledo vive da anni negli USA e avrebbe dovuto essere estradato in Perù. Sempre in Perù, Alan Garcìa, presidente dal 2006 al 2011, è finito sotto inchiesta per i suoi incontri con Emilio Odebrecht e al momento dell’arresto si è suicidato sparandosi in testa. Ollanta Humala, presidente dal 2011 al 2016, è stato condannato a 18 mesi di detenzione preventiva (scontandone 9) per l’accusa di aver incassato una tangente di 3 milioni di dollari, mentre anche il presidente Pedro Pablo Kuczynski (ex banchiere ben introdotto nel FMI) è stato coinvolto nello scandalo delle tangenti. Nel dicembre 2017 ha evitato che contro di lui venisse avviata la procedura di impeachment attraverso un accordo con una parte della famiglia Fujimori che guidava una fazione ribelle del partito di opposizione Fuerza Popular, in cambio della concessione dell’“indulto umanitario” all’ex presidente-dittatore Alberto Fujimori (1990-2000), che era stato condannato a 25 anni di carcere nel 2017 per corruzione e gravi crimini contro l’umanità. L’indulto è stato poi revocato dalla Corte Suprema (3 ottobre 2018) e Kuczynski si è dovuto dimettere alla vigilia di un nuovo voto di richiesta di impeachment nel marzo 2018, allorquando sono emerse nuove accuse secondo le quali avrebbe cercato di corrompere deputati per avere il loro voto. Kuczynski è stato arrestato nell’aprile 2019 e condannato a 36 mesi di arresto preventivo, mentre anche Keiko Fujimori, la leader di Fuerza Popular, è stata accusata di aver accettato contributi illegali da Odebrecht e ha passato oltre un anno in carcere in attesa del processo.

La crisi politica peruviana è poi continuata nel 2019 ed è esplosa a fine settembre allorquando il presidente Martín Vizcarra (il vicepresidente di Kuczynski e un centrista politicamente non affiliato ad un partito, ma popolare tra gli elettori) ha dissolto il Parlamento controllato dall’opposizione fujimorista (che ha risposto sospendendo Vizcarra dalle sue funzioni per un anno), indicendo nuove elezioni, con l’obiettivo di far avanzare un pacchetto di riforme contro la corruzione. Nel settembre 2020, nel pieno della pandemia da CoVid-19 e di una gravissima crisi economica, il Congresso ha respinto la proposta di impeachment contro il presidente Vizcarra per “incapacità morale” (l’accusa era basata su dei nastri audio trapelati e su dei presunti legami con un cantante coinvolto in un caso di frode). Il 9 novembre, dopo una rapida procedura di impeachment, il Parlamento ha approvato (105 voti su 130) la destituzione di Vizcarra per accuse di corruzione non provate.

Il presidente si è dimesso, per cui il Perù è stato investito dall’incertezza politica, dall’indignazione dell’opinione pubblica per la sua rimozione e dai disordini nel mezzo di uno dei peggiori focolai di CoVid-19 al mondo. Secondo la costituzione del Perù, il presidente del Parlamento, Manuel Merino, un parlamentare del partito di opposizione di centrodestra Acciòn Popular che si è opposto aspramente alle riforme anticorruzione e dell’istruzione superiore del presidente, ha sostituito Vizcarra come presidente ad interim con il compito di traghettare il Paese verso le elezioni in programma ad aprile 2021. Migliaia di peruviani sono scesi in piazza per protestare pacificamente contro la cacciata di Vizcarra, contro Merino e il suo nuovo governo. Ci sono stati scontri feroci con la polizia, due giovani manifestanti sono stati uccisi e Merino si è dimesso. Per cercare di stemperare la tensione, il Parlamento ha eletto presidente provvisorio Francisco Sagasti, un membro dell’unico partito politico che aveva votato contro la cacciata di Vizcarra. Sagasti ha riportato la calma, in un Paese lacerato da crisi profonde, dal CoVid-19 alla devastazione economica.

In Ecuador, Jorge Glas, nominato vicepresidente dal presidente Correa e poi anche da Lenìn Moreno (ma esautorato nell’agosto 2017), è stato condannato a sei anni di carcere per una tangente di 13,5 milioni di dollari incassata tra il 2003 e il 2016. Ma, i filoni “nazionali” dell’inchiesta non sono ancora stati completati.

La Odebrecht avrebbe pagato tangenti, nella forma di “una tassa rivoluzionaria” da 50 mila dollari al mese, anche alle FARC – il movimento di guerriglia marxista che ha firmato un trattato di pace con il governo colombiano 2016, lasciando le armi per entrare nella politica democratica, anche se oltre 250 attivisti, dirigenti politici e sociali di opposizione e difensori dei diritti umani sono stati uccisi da allora, per cui alcune fazioni dissidenti hanno deciso il ritorno alle armi insieme all’Esercito di Liberazione Nazionale – per poter lavorare senza subire sequestri o attentati alla costruzione dell’autostrada “la rotta del sole” che unisce Bogotà con la costa caraibica.

A Santo Domingo, la Odebrecht si era aggiudicata contratti dal valore di 5 miliardi di dollari fra il 2001 e il 2014, quasi la metà riguardanti l’appalto di una mega-centrale a carbone a Punta Catilina che avrebbe dovuto essere completata entro il 2018, alimentata da carbone proveniente dalla Colombia. Per la realizzazione dell’opera, nel 2014 Odebrecht ha costituito un consorzio con la locale Estrella e l’italiana Marie Tecnimont e ha ottenuto il supporto finanziario di un consorzio bancario internazionale composto da Unicredit, Deutsche Bank, ING, Société Générale e Santander, che ha accordato prestiti per 600 milioni di dollari, mentre l’agenzia di credito all’export italiana SACE ha garantito questa operazione finanziaria. A seguito dell’inchiesta giudiziaria che ha travolto la Odebrecht, dopo aver erogato la prima metà del denaro, il consorzio bancario ha congelato la seconda in attesa che sia chiarito se effettivamente c’è stata corruzione e se sia dunque meglio ritirarsi dall’operazione. Altre risorse finanziarie avrebbe dovuto fornire la BNDES, la banca governativa brasiliana per lo sviluppo, anch’essa coinvolta nell’inchiesta lava jato e quindi impossibilitata a contribuire. Pertanto, per salvare il progetto, il governo dominicano è dovuto intervenire direttamente con 1,2 miliardi di dollari, con il rischio di dover arrivare a 3 miliardi (i cittadini dominicani stanno già pagando bollette più alte del 20% per finanziare la centrale), considerando anche che Odebrecht pretende 700 milioni di dollari aggiuntivi per un supposto aumento dei costi. La mega-centrale, che sorge in un tratto di costa, in una zona di pregio naturalistico dove si coltivano canna da zucchero, caffé e mango, avrà enormi ricadute ambientali negative, producendo almeno 6 milioni di tonnellate di CO2 annui, incrementando le emissioni del Paese del 20%.

Il caso JBS

Una parabola similare a quella di Odebrecht ha disegnato anche un altro “campione nazionale” del capitalismo brasiliano, la JBS S.A. dei fratelli Joesley e Wesley Batista (Forbes li ha classificati al 66mo posto tra le persone più ricche al mondo con un patrimonio stimato in 3,1 miliardi di reais), diventata negli ultimi due decenni la principale azienda di produzione e vendita di carne bovina (25% del mercato mondiale, solo in Brasile e Argentina lavora oltre 22 mila capi di bestiame al giorno) e avicola e succo d’arancia del mondo con un fatturato superiore ai 50 miliardi di dollari, in un Paese come il Brasile dove almeno un terzo della popolazione si confronta quotidianamente con l’insicurezza alimentare.

Un’azienda fondata nel 1953 ad Anàpolis (Stato di Golas) dal padre dei due fratelli, un macellaio di provincia, ma che nel giro di pochi anni è arrivata a controllare centinaia di società nei cinque continenti e ha 70 mila fornitori (40 mila in Amazzonia). In Italia, controlla la valtellinese Rigamonti, produttrice della bresaola industriale, con oltre il 30% del mercato, realizzata con la lavorazione di carne congelata di zebù sudamericano, una razza bovina nota come Nellore perché originaria del distretto di Nellore nello Stato indiano Andhra Pradesh e che è stata introdotta in Brasile all’inizio del XX secolo. In Uruguay opera con la Frigorífico Canelones e soltanto negli USA possiede 56 impianti.

Partendo dalla carne, JBS era diventata un conglomerato, diversificando nei latticini, nei prodotti per la pulizia della casa (marchio Minuano), nel settore bancario (Banco Original), nelle calzature (marchio Havaians, ceduto nel 2017 per 1,1 miliardi di dollari). I dipendenti del gruppo sono arrivati ad essere 235 mila. L’espansione internazionale è stata molto rapida e il Brasile era arrivato a rappresentare soltanto il 20% del fatturato del gruppo.

La leva di questa crescita spettacolare sono stati gli 8 miliardi di reais (circa 3 miliardi di euro) di finanziamenti agevolati (al 3-4% all’anno) erogati dal BNDES, la banca governativa per lo sviluppo che è stata il vero motore della politica economica di Lula e Rousseff. Con questi soldi, i Batista hanno prima acquisito i produttori di carne in Brasile e poi quelli all’estero, in Sud America, USA (ad esempio, la Pilgrim’s, attiva nel settore avicolo), Europa, Australia.

Il BNDES ha erogato finanziamenti agevolati anche ad altri gruppi produttori di carne, favorendone la trasformazione in grandi multinazionali. Ha erogato finanziamenti miliardari ai gruppi Sadia e Perdigão e poi investito 400 milioni di reais (circa 100 milioni di euro) nella IPO del gruppo BRF – 7,6% delle azioni – nato nel 2009 dalla fusione dei due gruppi. Ha messo talmente tanti soldi nel gruppo Marfrig e ora ne possiede un terzo del capitale. In pochi anni, con l’aiuto del BNDES, il settore della carne è diventato uno dei maggiori e potenti al mondo. Oggi, il Brasile è il secondo produttore al mondo di carne bovina (dopo gli USA) e Marfrig e JBS sono divenuti i maggiori fornitori di McDonald’s, Burger King e altre catene di fast food in tutto il mondo.

Tutto era pronto per la quotazione della JBS alla borsa di Wall Street e i Batista intendevano spostare il controllo del gruppo negli USA. Ma, tutto è stato fermato a seguito del coinvolgimento dei Batista in un doppio scandalo.

Da un lato, sono finiti nell’inchiesta lava jato nell’estate del 2016 e in cambio dell’impunità personale (e della fuga a New York), in un accordo di collaborazione, da pentiti, hanno confessato ai magistrati di aver pagato 24 partiti e oltre 1.900 politici brasiliani, versando 185 milioni di dollari di bustarelle. Attraverso donazioni ufficiali hanno finanziato entrambi i contendenti nelle presidenziali del 2014 (Dilma Rousseff e Aécio Neves del PSDB) e poi hanno confessato che la parte illecita era dieci volte superiore.

Valigie piene di contanti uscivano dalle casse del gruppo in Brasile e all’estero, finendo ad intermediari dei politici. Come quella ritirata dal braccio destro del presidente Temer e filmata di proposito da Joesley Batista per consegnare il video ai magistrati di Brasilia. Infine, nel marzo 2017 Batista ha provato a consegnare ai magistrati anche Temer, infilandosi un registratore nel taschino e portando in audio le prove di un rapporto più che amichevole, con Temer che autorizzava Batista a pagare tangenti all’ex alleato politico ed ex presidente della Camera dei deputati, Eduardo Cunha, in cambio del suo silenzio. Cunha è stato l’uomo che ha guidato il processo di impeachment che nel 2016 ha portato alla destituzione della Rousseff e successivamente è stato condannato a 15 anni di carcere nell’ambito dell’inchiesta Petrobras (marzo 2017).

Inoltre, la JBS è stata travolta da uno scandalo della carne bovina avariata brasiliana (marzo 2017), allorché sono state scoperte dall’inchiesta “carne fraca” (carne avariata) una serie di pratiche illegali, tra cui tangenti a 33 ispettori sanitari che avevano approvato la vendita di carne refrigerata in cattive condizioni o adulterata attraverso l’uso di sostanze chimiche (additivi e acidificanti) per cercare di nascondere la scarsa qualità del prodotto, migliorando l’aspetto, il gusto e l’odore delle carni avariate. Chi doveva controllare non vedeva perché era stato comprato.

La JBS è stata messa sotto accusa anche dall’agenzia brasiliana per la protezione dell’ambiente per aver acquistato, a partire dal 2013 e fino al 2016, quasi 50 mila capi di bestiame “illegali“, per la metà provenienti da aree di recente deforestazione e per il rimanente “riciclati” attraverso diversi passaggi finalizzati a nasconderne l’origine. I tre grandi esportatori brasiliani di carne bovina – JBS, Marfrig e Minerva – hanno gestito il 72% delle esportazioni di carne bovina brasiliana dal 2015 al 2017. Tutti e tre hanno speso molto per sviluppare sistemi di tracciabilità per monitorare i loro “fornitori diretti” che vendono ai macelli. Ma, non sono stati in grado di monitorare i loro “fornitori indiretti” – aziende che fanno nascere o allevano bestiame e che riforniscono i “fornitori diretti“.

Finora contro la JBS sono state formulate accuse di controlli taroccati sulla qualità della carne, corruzione di 1900 politici, deforestazione illegale in Amazzonia, schiavismo (nello stato di Parà i lavoratori delle fazende della JBS sono costretti a vivere in condizioni disumane e degradanti tali da configurarsi in un vero e proprio schiavismo), frode nell’ottenimento di finanziamenti bancari e insider trading in operazioni borsistiche.

Nel settembre 2017 i fratelli Batista sono stati arrestati: Joesley per reticenza nella sua veste di “collaboratore di giustizia” (corruttore “pentito“), Wesley per aver sfruttato lo scandalo e le sue conseguenze finanziarie attraverso pratiche di insider trading.

Ci si sarebbe potuti attendere un tracollo della JBS dopo questa raffica di scandali dalle proporzioni inaudite, con 3,2 miliardi di dollari di multe inflitte in Brasile e i proprietari in galera. Invece, il titolo ha perso parecchio, ma si è in buona misura ripreso (sceso da 11,30 dollari a 5,8, è risalito a 8,60 nel 2019). Gli azionisti di minoranza si sono agitati, qualche cliente ha disertato (ma non certo i grandi come McDonald’s e Walmart).

 

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