La questione dell’immigrazione, legale ed illegale, e dei richiedenti asilo alimenta un acceso conflitto politico negli Stati Uniti da decenni (come, d’altra parte, nell’Unione Europea) e investe direttamente il rapporto che questo Paese intrattiene con i Paesi dell’America Latina, a cominciare da Messico, Guatemala, Honduras e El Salvador. A seguito delle scelte di lunga durata della politica estera americana verso questi Paesi si è creato un circolo vizioso che si autoalimenta. Gli Stati Uniti appoggiano regimi dittatoriali o di democrazia autoritaria che bloccano qualsiasi cambiamento in senso genuinamente democratico, imponendo alla maggioranza delle popolazioni – in gran parte contadini delle etnie Maya – una vita caratterizzata da esclusione sociale, ignoranza, disoccupazione, povertà e violenza. Queste popolazioni rispondono dando vita a movimenti di resistenza e lotta (anche armata), ma anche con un esodo di massa verso gli Stati Uniti. L’amministrazione Biden ha affermato di voler affrontare i “problemi strutturali” che causano questo esodo. Ora si tratta di vedere se alle dichiarazioni seguiranno i fatti e se effettivamente la politica estera americana appoggerà le forze progressive che nei Paesi del Centro America si battono per democrazia, giustizia sociale e sicurezza alimentare, personale e collettiva.

Dall’Alleanza per il Progresso al ritorno al big stick della dottrina Monroe

Nel marzo del 1959, il presidente Dwight D. Eisenhower era ancora convinto che l’autorità americana non potesse riposare sulla sola potenza militare. “Potremmo essere la nazione più ricca e potente e perdere la battaglia del mondo se non aiutiamo i nostri vicini a proteggere la loro libertà e ad avanzare nei loro progressi sociali ed economici. Non è l’obiettivo degli americani che gli Stati Uniti siano la nazione più ricca del cimitero della storia“.

Walt Whitman Rostow, docente di storia dell’economia al MIT di Boston e massimo teorico americano della modernizzazione – sua la teoria dei cinque “stadi dello sviluppo economico”, esposta in un libro che si autopresentava come “Manifesto anticomunista” (1959), che è stato il quadro ideologico alla base della politica estera americana e delle strategie di “aiuti allo sviluppo” della Banca Mondiale, entrambe gestite da Robert McNamara nell’arco di un ventennio, rispettivamente tra il 1961 e il 1968 e tra il 1968 e il 1981. McNamara è stato una delle menti “migliori e più brillanti” dell’amministrazione Kennedy (Deputy Security Advisor dal gennaio al dicembre 1961, poi direttore del Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato fino al marzo 1966 e in seguito presidente della Fondazione Ford fino al 1979), divenuto poi tristemente famoso anche come uno dei fautori del fallimentare intervento militare americano in Vietnam. McNamara era convinto che gli USA “figli dell’illuminismo … devono ora affrontare la maturità, attivandosi da oggi in poi per far sì che i valori dell’illuminismo o i loro equivalenti nelle culture non occidentali sopravvivano e dominino il Ventunesimo secolo.

È sulla base di tali convincimenti che tra il 1955 (con la deposizione di Juan Domingo Peròn in Argentina) e il 1964 (con il colpo di stato del maresciallo Marshal Humberto de Alencar Castelo Branco in Brasile), soprattutto durante la breve stagione dell’amministrazione di John Fitzgerald Kennedy, gli Stati Uniti hanno avanzato al mondo, ed in particolare alle classi dirigenti dell’America Latina, la proposta di una “nuova frontiera” frutto di una “alleanza per il progresso” tra le forze della sinistra riformista e democratica (secondo gli ideali della “non communist left”) che avrebbe dovuto essere in grado di coniugare pace, democrazia politica e massicci aiuti finanziari per realizzare la modernizzazione capitalistica preconizzata da Rostow.

Kennedy ha anche cercato di globalizzare questo sforzo istituendo il corpo volontario del Peace Corps e l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAid) nel 1961, non solo a seguito di un’obbligazione morale, ma anche del riconoscimento che “la nostra sicurezza sarebbe messa in pericolo e la nostra prosperità sarebbe a rischio” dalla continua diffusione di povertà ed instabilità. Ancora nel 2016 USAid aveva un budget di 27 miliardi di dollari (poi drasticamente tagliato da Trump), 4 mila dipendenti e forniva assistenza umanitaria in tutto il mondo.

Ma, a partire dalla metà degli anni ’60, in molti nell’establishment politico-intellettuale-militare-industriale americano, temendo di doversi confrontare con il “domino effect” di “cento Vietnam”, giunsero alla conclusione che la stabilità politica e la continuità dello sfruttamento economico delle risorse locali fossero più importanti dell’obbligo morale e politico di portare ai Paesi del Terzo Mondo i benefici della democrazia e dei diritti umani, anche se poi questi beni venivano consegnati dalle bombe al napalm sganciate da bombardieri B-52.

Per cui la politica estera americana, anche attraverso le cosiddette “clandestine operations and covert interventions” (come l’Operazione Condor con la quale otto dittature militari latinoamericane sostenute dagli USA hanno complottato congiuntamente rapimenti, torture, stupri e omicidi transfrontalieri di centinaia di loro oppositori politici negli anni ’70 e ‘80) gestite da agenzie di intelligence come la CIA, tornò rapidamente ad utilizzare il tradizionale “big stick” e la “dottrina Monroe” – che dal 1823 dichiara che gli Stati Uniti non tollerano alleanze militari tra potenze straniere e Paesi dell’America del Sud, considerati come il proprio “cortile di casa” -, ad appoggiare la repressione dei movimenti nazional-riformisti e di protesta popolare, incoraggiando e sostenendo cambi di regime attraverso colpi di Stato che hanno dato vita a ignobili e feroci dittature militari.

Dopo quelli iniziali in Iran nel 1953, contro il governo democratico di Mohammed Mosaddeq che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera iraniana controllata dai britannici, e in Guatemala nel 1954 contro il presidente Jacobo Albernz per difendere gli interessi della United Fruit che possedeva circa il 70% del territorio guatemalteco e i cui principali azionisti erano i fratelli John Foster e Allen Dulles, rispettivamente Segretario di Stato di Eisenhower e direttore della CIA, ci sono stati cambi di regime appoggiati dagli USA ad Haiti nel 1957, in Brasile nel 1964, in Indonesia, Repubblica Dominicana e Congo nel 1965, in Ghana nel 1966, in Grecia nel 1967, in Bolivia nel 1971, in Cile nel 1973, in Argentina nel 1976 e in El Salvador nel 1980.

La svolta neoconservatrice, neoliberista e monetarista sul piano economico della “Regan revolution” dei primi anni ’80 si è accompagnata con una corsa al riarmo sul piano militare attraverso politiche di keynesismo militare, realizzate con enormi appalti alle grandi aziende produttrici di armamenti, che hanno alimentato un crescente debito pubblico e una politica estera sempre più aggressiva nei confronti dell’URSS e di tutti gli Stati e movimenti politico-sociali che esprimevano linee politiche ed aspirazioni di trasformazione socio-economica non immediatamente in linea con gli interessi e le strategie egemoniche degli Stati Uniti. Il primo atto di politica estera dell’amministrazione Reagan è stato l’invio dei marines americani in Libano nel 1982, seguito dall’invasione della minuscola isola caraibica di Grenada nel 1983, con l’obiettivo di rovesciare il governo socialista di Maurice Bishop al potere dal 1979. Successivamente, Granada è stata trasformata nell’ennesimo paradiso fiscale caraibico.

In Centro America, la “Reagan docrine” ha comportato l’appoggio a regimi dittatoriali “amici” degli USA impegnati nel traffico internazionale di droga e in “guerre sporche” contro le popolazioni civili (soprattutto le popolazione contadine delle etnie Maya). Guerre durate oltre un decennio, durante le quali sono state uccise centinaia di migliaia di persone, in larga parte dall’esercito e da squadroni della morte sostenuti dai grandi proprietari terrieri locali. La “Reagan docrine” metteva al primo posto la guerra contro le guerriglie comuniste dei movimenti popolari di liberazione nazionale. Una linea d’azione che negli ultimi quattro decenni, con presidenti repubblicani o democratici, non è mai sostanzialmente mutata.

La fuga dei contadini Maya verso gli Stati Uniti

Uno degli effetti più visibili dell’applicazione della “Reagan doctrine” (e delle sue successive varianti) nei Paesi del Centro America è stato il flusso di migranti che, in varie ondate, hanno cercato scampo, mettendosi in movimento verso gli Stati Uniti. Milioni di persone sono fuggite dai loro Paesi per mettersi in salvo e provare a ricostruire una vita dignitosa per sé e le loro famiglie come richiedenti asilo e lavoratori irregolari e regolari negli USA. Non a caso, nel 1996 negli Stati Uniti è stata introdotta una nuova legge sull’immigrazione (IIRAIRA) on l’obiettivo di contrastare l’immigrazione illegale e accelerare l’espulsione degli stranieri e dei “falsi richiedenti asilo“.

Le statistiche della US Customs and Border Protection (CBP) mostrano che gli attraversamenti illegali delle frontiere americane sono diminuiti significativamente dai massimi storici nei primi anni del XXI secolo, ma è aumentato il numero delle famiglie (genitori con bambini) provenienti dal Centro America (Honduras, El Salvador e Guatemala) che fuggono da povertà e violenza e che cercano di entrare facendo richiesta di asilo. Quasi 133 mila persone erano state fermate dagli agenti di frontiera al confine con il Messico nel solo maggio 2019, mandando nel caos il sistema di prima accoglienza/identificazione, con il Messico che ospitava temporaneamente larga parte dei richiedenti asilo in attesa di ottenere un permesso dagli USA (circa 60 mila persone). Comunque, nel 2018 erano state arrestate 396.579 persone prive di documenti, accusate di essere entrate illegalmente negli Stati Uniti, mentre nel 2000 erano state più di 1,6 milioni di persone.

Attualmente, negli Stati Uniti gli immigrati più recenti sono circa 43 milioni (4 milioni sono di origine cinese), pari al 13% della popolazione, che diventano il 26% se si considerano i figli nati in terra americana. L’agricoltura, l’edilizia e il variegato settore dei servizi dipendono in gran parte da immigrati recenti, molti dei quali privi di documenti (quasi circa 12 milioni di persone, provenienti soprattutto da Messico e Centro America). Gli immigrati illegali sono molto importanti sul piano economico dato che contribuiscono annualmente con 11,6 miliardi in tasse statali e locali e aiutano a mantenere a galla il sistema del Social Security, anche se hanno scarse o nulle possibilità di poter attingere al fondo stesso.

I lavoratori immigrati, sia legali che illegali, contribuiscono per un 11% all’economia statunitense. Ma, Trump ha ritenuto che “l’immigrazione è un privilegio e non un diritto” e si è battuto per cercare di imporre una riforma del sistema di immigrazione tesa a ridurre del 50% il numero degli immigrati regolari che possono entrare ogni anno negli USA (1,1 milioni di cittadini nel 2016), giustificandola con l’obiettivo di produrre un innalzamento dei salari dei lavoratori americani.

Trump avrebbe voluto mettere in piedi un sistema di accoglienza molto più selettivo: le persone avrebbero dovuto essere selezionate in base alle competenze, ai redditi, ai titoli di studio, all’età, alla conoscenza della lingua inglese, etc., tagliando fuori i soggetti più deboli (come i contadini Maya del Centro America, non solo poveri, ma spesso anche analfabeti) ed escludendo i ricongiungimenti familiari.

L’amministrazione Trump (ispirata da Stephen Miller) ha bypassato il Congresso, introducendo un nuovo regolamento (12 agosto 2019) che riguardava le centinaia di migliaia di immigrati che entrano legalmente nel Paese ogni anno e fanno domanda per diventare residenti permanenti, stabilendo che avrebbero dovuto dimostrare di avere i mezzi economici necessari per sostenersi e non divenire un “onere per le finanze pubbliche”. Un regolamento che, secondo le associazioni di advocacy dei migranti, avrebbe potuto tagliare metà dell’immigrazione legale, negando i visti e la residenza permanente a centinaia di migliaia di persone perché troppo povere. I visti temporanei o permanenti (green cards) sarebbero stati rifiutati se i richiedenti non avessero soddisfatto standard di reddito sufficientemente elevati o se avessero ricevuto assistenza pubblica come welfare, buoni alimentari, alloggi pubblici o Medicaid.

I primi segnali di discontinuità sull’immigrazione dell’amministrazione Biden

Nel suo primo discorso di politica estera al Dipartimento di Sato, il presidente Joe Biden ha promesso di annullare molte delle controverse politiche sull’immigrazione introdotte da Donald Trump. Il 17 febbraio il neo Segretario di Stato americano Antony Blinken ha detto in una telefonata al ministro degli Esteri guatemalteco Pedro Brolo che Washington vuole impegnarsi ad affrontare le cause dell’immigrazione illegale. Blinken ha citato la corruzione endemica, la mancanza di opportunità economiche e l’insicurezza come i “problemi strutturali” che guidano l’immigrazione illegale. Blinken ha detto a Brolo che è nell’interesse di entrambi i Paesi garantire un “approccio sicuro, ordinato e umano alla migrazione“.

L’amministrazione Biden ha annunciato di voler avviare un dialogo multilaterale ed investire 4 miliardi di dollari nei Paesi dell’America Centrale per affrontare le cause della migrazione (i cosiddetti “problemi strutturali”). Inoltre, grazie ad un decreto esecutivo di Biden, ha iniziato a processare migliaia di domande di richiedenti asilo costretti ad aspettare in campi profughi in Messico nell’ambito del controverso programma “Rimani in Messico”, messo in atto da Trump, che Biden ha annunciato di voler abolire. Da mesi, le autorità americane avevano chiuso i tribunali a causa della pandemia da CoVid-19, bloccando le udienze dei richiedenti asilo. Il primo gruppo riguarda circa 25 mila profughi e richiedenti asilo, che saranno ammessi al ritmo di 300 al giorno negli Stati Uniti attraverso i varchi di frontiera di Tijuana e Ciudad Juàrez. L’amministrazione Biden ha anche richiesto la collaborazione dell’Agenzia dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR), dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e del Fondo ONU per l’Infanzia (UNICF) per mettere a punto un meccanismo che gestisca l’ingresso negli USA dei richiedenti asilo.

Pedro Brolo ha fatto sapere che dall’inizio di febbraio il governo degli Stati Uniti aveva sospeso l’iniquo accordo con il Guatemala imposto dall’amministrazione Trump che aveva mandato i richiedenti asilo al confine tra Stati Uniti e Messico in Guatemala (definito come “Paese terzo sicuro” in base all’accordo) in attesa che le loro domande venissero prese in esame.

Inoltre, una decina di deputati democratici hanno presentato alla Camera una riforma per la naturalizzazione di 11 milioni di immigrati illegali, appoggiata dal presidente Biden. La riforma rappresenta la proposta più coraggiosa in tema di immigrazione negli USA degli ultimi 30 anni, dato che permetterebbe a tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno di acquisire immediatamente il diritto di vivere, lavorare e studiare negli USA se passano un controllo di background e accettano di pagare le tasse. Dopo 5 anni di studio o lavoro, gli immigrati potrebbero richiedere la residenza permanente negli Stati Uniti ed ottenere la cittadinanza dopo altri tre anni. Il disegno di legge, inoltre, spazzerebbe via le restrizioni basate sulla famiglia, rendendo più facile e veloce per coniugi e figli riunirsi ai loro familiari già nel Paese, e amplierebbe i visti per i lavoratori, consentendo a più stranieri di entrare negli Stati Uniti per lavorare. Infine, garantirebbe un accesso rapido alla green card anche ai lavoratori stagionali agricoli e ai profughi entrati negli USA negli anni ’90 con lo status temporaneo di rifugiati.

Se verrà approvata, sarà la prima grande riforma dell’immigrazione passata dal Congresso dal 1996, dopo diversi tentativi e fallimenti da parte di altri presidenti. Ma, anche se i democratici hanno il controllo del Congresso, al Senato avranno bisogno del voto di almeno 10 repubblicani per superare l’ostruzionismo e far avanzare la proposta. Questo sostegno è tutt’altro che garantito. I repubblicani hanno già ritardato la conferma del segretario della Sicurezza Interna per protestare contro lo stop ordinato da Biden alla costruzione del muro con il Messico, ritengono la nuova politica sull’immigrazione troppo radicale, temendo che porterà ad un assalto alla frontiera Sud.

In effetti, i migranti dell’America Latina – dai Caraibi, dal Sud America e dall’America Centrale e oltre (a seguito del “Muslim travel ban” e di altri divieti e limitazioni imposti da Trump, anche migliaia di migranti africani e caraibici tentano di entrare negli USA passando per il Centro America) – sono di nuovo in viaggio. Dopo un anno di paralisi indotta dalla pandemia, chi è a contatto quotidiano con i migranti ritiene che il flusso verso nord potrebbe tornare ai livelli elevati visti tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. La differenza è che questo sta avvenendo durante una pandemia. Alcuni migranti hanno espresso la speranza di un’accoglienza più amichevole ed umana da parte della nuova amministrazione statunitense o hanno iniziato a spostarsi quando alcuni confini sono stati riaperti. Altri sono spinti da due grandi uragani che hanno devastato l’America Centrale a novembre e la disperazione è aggravata dall’impatto economico della pandemia.

Il numero di persone arrestate al confine tra Stati Uniti e Messico a gennaio era già più del doppio di quello dello stesso mese dell’anno scorso e 20 mila in più rispetto a gennaio 2019. A gennaio, le autorità guatemalteche hanno bloccato la prima carovana dell’anno proveniente dall’Honduras, rimandando nel loro Paese quasi 9 mila honduregni nell’arco di 10 giorni. Ma, mentre il Guatemala era concentrato sulla carovana, altri migranti si muovevano verso nord come sempre in piccoli e discreti gruppi. Più a sud, Panama ha riaperto il suo confine alla fine di gennaio e da allora gruppi di migranti hanno camminato fuori dalla fitta giungla del Darién che divide Panama e Colombia. I rifugi per i migranti nel Messico meridionale, gestititi da preti e ONG, hanno iniziato a vedere aumentare il loro numero con la maggior parte dei migranti provenienti dall’Honduras. Infine, alla fine di gennaio, 19 corpi, fucilati e bruciati, sono stati trovati vicino al confine tra Messico e Texas. Si ritiene che la maggior parte siano migranti guatemaltechi. Una dozzina di agenti della polizia di Stato sono stati arrestati in relazione al caso.

Il cambiamento climatico come nuovo driver delle migrazioni forzate

Tra i “problemi strutturali” che contribuiscono a determinare le migrazioni legali ed illegali di milioni di persone nell’America Centrale, come nel resto del mondo, ci sono ormai anche gli impatti del cambiamento climatico. Enormi devastanti e ripetute inondazioni (le cosiddette “inondazioni dei cento anni“) dovute a piogge sempre più intense in Paesi come Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Grecia Honduras, India, Indonesia, Iran, Italia, Nepal e Stati Uniti, indicano che il cambiamento climatico – inteso come surriscaldamento del pianeta – è già in corso. Il riscaldamento globale sta aumentando la siccità, la desertificazione, le piogge estreme, gli uragani devastanti, l’erosione del suolo e gli incendi devastanti (gli ultimi in California e altri Stati occidentali degli USA, Amazzonia brasiliana, Australia sud-occidentale, Siberia, Pantanal e Portogallo) mentre diminuisce la resa dei raccolti nei tropici e accelera lo scongelamento del permafrost vicino ai poli.

Secondo il panel internazionale sui cambiamenti climatici (IPPCC) saranno i Paesi poveri di Africa, Asia e America Latina a sopportare il maggior peso del riscaldamento globale, con guerre e migrazioni, ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi. Il suolo nelle aree prossime all’equatore si prosciugherà, riducendo la sua capacità di smorzare le oscillazioni della temperatura. Centinaia di milioni di persone soffriranno per la mancanza di cibo, migrazioni forzate, malattie e morte. L’umidità del suolo nei Paesi del nord, per la maggior parte Paesi ricchi che hanno la responsabilità storica per i cambiamenti climatici, non ne risentirà più di tanto, almeno nel breve/medio periodo. Per questo un rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà e i diritti umani ha recentemente messo in guardia su un futuro “apartheid climatico“. “I diritti umani potrebbero non sopravvivere al prossimo sconvolgimento“, conclude tristemente il rapporto.

Gli effetti catastrofici del cambiamento climatico in America Centrale

La temperatura media in America centrale è aumentata di 0,5 gradi centigradi dal 1950 e si prevede che aumenti di altri 1-2 gradi prima del 2050. Ciò ha un impatto drammatico sui modelli meteorologici, sulle precipitazioni, sulla qualità del suolo, sulla suscettibilità delle colture alle malattie, e quindi sugli agricoltori e sulle economie locali. Nel frattempo, l’incidenza catastrofica di uragani (l’uragano Mitch ha ucciso circa 10 mila persone in America Centrale nel 1998; gli uragani Eta e Iota hanno devastato le regioni nord-orientali del Guatemala e altre aree del Centro America nell’autunno/inverno 2020), inondazioni e siccità è in aumento nella regione.

Nei prossimi anni, secondo USAID, i Paesi del triangolo settentrionale vedranno diminuire le precipitazioni e aumentare di molto i periodi di siccità prolungata. In Honduras le precipitazioni saranno rare nelle aree dove è necessario, ma in altre zone le inondazioni aumenteranno del 60%. In Guatemala, le regioni aride – il corredor seco, il corridoio secco centramericano, una zona di bosco tropicale secco in cui la sicciità è lunga e la pioggia breve ed intensa – si insinueranno sempre più nelle attuali aree agricole, lasciando gli agricoltori senz’acqua. Inoltre, si prevede che El Salvador perderà il 10-28% della sua costa prima della fine del secolo a causa dell’innalzamento del livello del mare che distrugge le foreste di mangrovie e gli ecosistemi che vivono grazie ad esse. Ma, in tutto il Centro America, l’impatto distruttivo dei cambiamenti climatici è già da tempo una realtà molto concreta.

Il 90% dei coltivatori dipendono dalla produzione di caffé per il proprio reddito (cash crop), ma il prezzo di questa commodity è crollato del 60% sul mercato internazionale dal 2015 a seguito dell’aumento della coltivazione di caffè meccanizzata a basso costo in Brasile, il rafforzamento del dollaro e l’aumento della produzione in Vietnam, Indonesia, Honduras e Colombia.

Inoltre, le piante di caffé sono state devastate da un’epidemia chiamata ruggine fogliare (Hemileia vastatrix), conosciuta localmente come “la rolla”, che secondo alcune stime ha colpito l’80% delle aziende agricole centroamericane dal 2012. Normalmente, il fungo muore quando le temperature calano la sera, ma le notti più calde lo hanno fatto prosperare. L’impatto dei cambiamenti climatici sul fungo rimane in discussione, ma se in una sola settimana cade la pioggia di quasi un anno e mezzo, questo inonda la terra e distrugge le coltivazioni.

La situazione di crisi che vivono i contadini Maya e delle altre etnie indigene in Guatemala, El Salvador e Honduras (soprattutto negli altipiani), dove sono ancora circa la metà della popolazione, anche a seguito di numerosi fallimenti dei raccolti di mais – una pianta, come il caffé, molto sensibile alle variazioni di temperature, alla siccità, alle gelate e alle piogge torrenziali -, mostra cosa succede quando non solo falliscono i raccolti e crollano i prezzi dei prodotti per il mercato come il caffé, ma anche quelli di mais, patate, fagioli e altre verdure che una volta producevano cibo a sufficienza per sfamare una famiglia per quasi un anno, mentre ora durano meno di sei mesi (quasi la metà dei bambini guatemaltechi soffre di carenze alimentari e la malnutrizione ne compromette gravemente lo sviluppo fisico e la capacità cognitiva): milioni di contadini non sono in grado di ripagare i loro debiti, non hanno denaro per comprare cibo e sementi, e sono costretti a migrare nelle città o verso nord. Più di 500 mila guatemaltechi sono stati fermati al confine degli Stati Uniti dal 2016, circa 170 mila solo dall’ottobre 2018 a giugno 2019.

Inoltre, centinaia di migliaia di contadini di tutti e tre i Paesi vengono esproriati e cacciati dalle loro terre per far posto ad aziende dell’agribusiness che producono zucchero e biocarburanti o ad aziende minerarie e idroelettriche, e sono diventati profughi e migranti forzati negli ultimi tre decenni.

Trump, il Messico e la criminalizzazione dei migranti centroamericani

Durante i 4 anni di amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno deciso di tagliare oltre 450 milioni di dollari in aiuti a Honduras, Guatemala e El Salvador (soldi che avrebbero dovuto essere in larga parte concentrati negli sforzi tesi a combattere bande criminali e corruzione), mentre Trump stesso ha accusato i governi di “organizzare” deliberatamente le carovane migratorie verso gli USA (in media sono state fermate 100 mila persone al mese ai confini sud-occidentali nel primi 5 mesi del 2019) e di riempirle di cittadini che non vogliono tenersi.

D’altra parte, nell’annunciare la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti nel 2015, Trump era stato chiaro riguardo alle sue intenzioni: “Il nostro Paese è in gravi difficoltà. Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ci ha visto battere, diciamo, la Cina in un accordo commerciale? Ci uccidono … Quando il Messico manda la sua gente, non stanno inviando il meglio … Stanno portando droghe. Stanno portando il crimine. Sono stupratori.” Il termine “invasione” è stato utilizzato innumerevoli volte dal presidente Trump (ad esempio, in oltre 2 mila messaggi Facebook e Twitter nei primi sette mesi del 2019) in relazione ai migranti e richiedenti asilo provenienti dai Paesi centro-americani (che dal 2015 ha ripetutamente definito “criminali” e “stupratori”), con l’obiettivo di orientare il Congresso e l’opinione pubblica americana ad appoggiare i respingimenti, le incarcerazioni, le espulsioni forzate e la costruzione del muro lungo il confine con il Messico.

Le rimesse inviate dai lavoratori migranti nei tre Paesi ammontavano a 14,3 miliardi di dollari nel 2016, mentre gli aiuti americani erano solo 323 milioni e rappresentavano meno dello 0,3% del PIL dei tre Paesi. Trump ha accusato anche il governo messicano di non fare abbastanza per reprimere il numero di migranti che entrano negli Stati Uniti in cerca di asilo dai Paesi dell’America Centrale tra cui El Salvador, Honduras e Guatemala.

Per mettere sotto pressione il governo messicano affinché facesse di più per arrestare l’ondata di migranti centroamericani che arrivavano negli Stati Uniti in cerca di asilo da Paesi come El Salvador, Honduras e Guatemala, Trump ha usato l’International Emergency Economic Powers Act per imporre una tariffa del 5% su ogni singolo bene proveniente dal Messico negli Stati Uniti a partire dal 10 giugno 2019 e la tariffa sarebbe aumentata del 5% ogni mese fino a raggiungere il 25% in ottobre se il numero di persone che avessero attraversato il confine non “scenderà sostanzialmente” e “fino a che il problema dell’immigrazione illegale non verrà risolto“. Trump avrebbe voluto anche che il Messico firmasse un accordo relativo alla definizione di “Paese terzo sicuro” per i richiedenti asilo, in modo che i centroamericani che arrivavano negli USA sarebbero stati obbligati a fare richiesta di asilo in Messico o vi sarebbero potuti essere legalmente deportati dagli USA. Il Messico si è opposto fermamente a questo tipo di accordo.

La questione si è ufficialmente risolta con un accordo congiunto (secondo il New York Times, i termini dell’accordo erano stati effettivamente già concordati mesi prima) e il Messico ha accettato di espandere immediatamente lungo l’intero confine il programma “Rimani in Messico” che ha previsto il ri-trasferimento in Messico di migliaia di richiedenti asilo negli Stati Uniti mentre aspettano che le loro domande siano analizzate e venga presa una decisione in merito. Circa 60 mila persone si trovavano in questa condizione ad inizio 2020 e, secondo Medici Senza Frontiere, l’80% di loro è stato vittima di violenze durante questa permanenza.

Il Messico ha anche concordato di aumentare i controlli per contenere i flusso di migranti diretti negli Stati Uniti (bloccare il transito come fanno la Turchia o l’Egitto per l’Unione Europea in cambio di miliardi di euro), anche schierando truppe nazionali al confine meridionale e reprimendo le organizzazioni del contrabbando di esseri umani. Per questo dai primi di giugno 2019, nello Stato meridionale del Chiapas, 20 mila soldati della neocostituita Guardia Nazionale (una forza che nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere utilizzata per combattere il crimine organizzato), poliziotti armati e funzionari dell’immigrazione messicani hanno bloccato, detenuto e rimandato indietro decine di migliaia di migranti centroamericani che hanno attraversato il confine dal Guatemala – 870 chilometri di giungla selvaggia – per cercare di raggiungere il confine con gli USA. Secondo il governo, in pochi mesi c’è stata una riduzione del 56% del numero di migranti privi di documenti che hanno attraversato il Paese verso il confine settentrionale. Trump non ha ottenuto il via libera dal Congresso nordamericano al completamento del muro lungo il confine, ma era riuscito a trasformare il Messico in un muro che respingeva l’immigrazione centroamericana verso nord.

Allo stesso tempo, a Città del Messico, la polizia ha arrestato Irineo Mujica, direttrice del gruppo di aiuto migranti USA-Messico Pueblo Sin Fronteras (Popolo Senza Frontiere), e Cristobal Sanchez, attivista per i diritti dei migranti. Pueblo Sin Fronteras ha accompagnato per diversi anni le carovane annuali attraverso il Messico, con l’obiettivo di difendere i diritti dei migranti e proteggerli da criminali e funzionari corrotti che lungo il percorso di quasi 4 mila chilometri depredano i viaggiatori solitari attraverso rapimenti, estorsioni e altre forme di aggressione. Un tentativo di criminalizzazione di una ONG (con l’accusa di supporto al traffico di esseri umani e alle carovane di migranti) simile a quello portato avanti dalle autorità italiane contro le ONG che operano navi che salvano in mare i migranti che scappano dalla Libia per raggiungere l’Europa. La “Carovana delle madri”, gruppo di mamme centroamericane che, ogni anno, percorre il Messico alla ricerca dei figli scomparsi, ha calcolato che, negli ultimi dieci anni anni, sono almeno 120 mila i migranti desaparecidos.

Gli accordi anti-immigrazione tra gli USA e i Paesi centroamericani

Sotto la minaccia dell’imposizione di tariffe e di altre sanzioni economiche (come una tassa sulle rimesse dei migranti), nel luglio 2019 l’amministrazione Trump ha imposto al Guatemala un accordo che obbligava i migranti di El Salvador, Honduras e altri Paesi del Centro e Sud America a chiedere asilo dal Guatemala anziché dal confine tra Messico e USA, nonostante la povertà endemica, la disoccupazione e la violenza che affliggono la nazione centroamericana. Accordi analoghi sono stati firmati anche dai governi di El Salvador e Honduras nell’autunno 2019.

In cambio gli USA hanno concesso al Guatemala e a gli altri due Paesi l’espansione di un programma per l’immigrazione temporanea (simile al Bracero Program, un programma che forniva lavoratori messicani alle imprese americane, in vigore tra USA e Messico dal 1942 al 1964) che consente ai contadini guatemaltechi di lavorare legalmente nelle aziende agricole americane (con la promessa di estenderlo in futuro anche all’edilizia e ai servizi).

Una delle prime misure della neo amministrazione Biden è stata la sospensione (in vista di una eliminizione) di questi accordi sul diritto di asilo (6 febbraio 2021), come parte del tentativo di annullare le politiche unilaterali ed intransigenti contro migranti e richiedenti asilo di Trump.

Perché i contadini fuggono verso nord? Il caso del’Honduras

In Honduras, dopo il colpo di Stato militare contro il presidente di sinistra Manuel Zelaya (28 giugno 2009) che aveva aumentato il salario minimo sia nelle aree urbane sia in quelle rurali e approvato una riforma agraria che aveva autorizzato l’esproprio di terre non coltivate a favore di decine di migliaia di contadini, si sono visti gli effetti terrorizzanti della violenza di strada da parte di bande criminali, esacerbate da una crescente presenza dei cartelli del narcotraffico messicani, della connivenza e corruzione dell’establishment e delle istituzioni, con le violenze della polizia e l’assassinio di attivisti per i diritti umani e ambientali1.

Zelaya aveva mostrato un’affinità con il presidente venezuelano Hugo Chávez e nel 2008 l’Honduras era diventato membro dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, l’alternativa di Chávez agli accordi di libero scambio che hanno segnato l’ingresso dell’America Latina nella globalizzazione durante le amministrazioni Clinton e Bush. Nonostante la violazione della Carta Democratica Interamericana dell’OAS, gli USA hanno approvato il colpo di Stato contro Zelaya, il quale, dopo aver vissuto in esilio nella Repubblica Dominicana per oltre un anno, è poi tornato in Honduras e ora guida un nuovo partito politico chiamato Libre.

Dopo la destituzione di Zelaya, l’Honduras ha abbandonato l’Alleanza Bolivariana ed è rientrato saldamente nella sfera di influenza americana. Fa parte del Gruppo di Lima, costituito nell’agosto 2017, che comprende governi per lo più conservatori (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia). Il Gruppo di Lima si è dichiarato contrario alla “dittatura” chàvista di Nicolàs Maduro in Venezuela, schierandosi dalla parte di Juan Guaidó e delle forze di opposizione. L’Honduras è anche uno dei 15 Paesi, piccoli e poveri (tranne il Vaticano), come Palau, Nauru, Tuvalu, le Isole Marshall, Haiti, Guatemala e Nicaragua, che riconoscono Taiwan come nazione indipendente. Un riconoscimento che impedisce loro di avere relazioni diplomatiche con la Cina.

Il 2 marzo 2016 è stata assassinata Berta Cáceres (che nel 2015 aveva vinto il Premio Goldman, il più importante riconoscimento al mondo per la tutela dell’ambiente) che si batteva per la difesa delle risorse naturali e per i diritti degli indigeni Lenca, opponedosi alla costruzione della diga per la produzione di energia elettrica sul fiume Gualcarque (in un luogo sacro per i Lenca) da parte dell’impresa Desarrollos Energéticos (Desa), di proprietà di una ricchissima famiglia honduregna, gli Atala Zablah2. Il fiume è stato prosciugato, mentre il governo ha garantito i profitti firmando contratti pluridecennali per l’acquisto di tutta l’energia generata dall’impianto.

Dal 2010 più di 120 ambientalisti honduregni sono stati uccisi e l’80% dei casi è rimasto irrisolto. Come la Cáceres, si battevano contro mega progetti minerari, idroelettrici, agricoli, di accaparramento di terre e di inquinamento dell’acqua realizzati da élite economiche, politici corrotti e corporations globali (anche europee). Progetti approvati da funzionari governativi e realizzati sotto il controllo di esercito e polizia, che hanno privato le popolazioni indigene delle risorse naturali e le hanno messe sotto la minaccia di sfratto, incarcerazione o morte.

Di recente, in piena pandemia da CoVid-19, il Paese è stato interessato da un’ondata di disordini sociali, proteste e scioperi guidati da medici e insegnanti ed innescati dal tentativo del presidente Juan Orlando Hernández di tagliare ulteriormente e privatizzare l’istruzione pubblica e i servizi sanitari. Le rivolte popolari sono state duramente represse dall’esercito e da allora il numero di migranti e richiedenti asilo in fuga dall’Honduras verso gli USA è aumentato vertiginosamente. L’unica altra alternativa per uscire dalla povertà è un lavoro nel settore del traffico di droga che garantisce un reddito, ma anche una vita piuttosto breve.

La pandemia di CoVid-19 ha fatto sprofondare quasi un milione di persone nella miseria. Secondo il Consiglio honduregno delle imprese private, più della metà delle aziende registrate (il 51%) sono state chiuse o stanno per chiudere. Il 30% di tutti i lavoratori delle maquilas sono rimasti senza lavoro dall’oggi al domani. Il Paese ha perso circa il 12% del suo PIL, e poi è arrivato l’uragano Eta, che ha letteralmente inondato la fertile valle di Sula, ha fatto marcire le piantagioni di banane e di canna da zucchero e ha fatto sprofondare nell’indigenza tutte quelle persone che già prima sopravvivevano a stento grazie all’agricoltura. Intere comunità sono state travolte dal fango. Tutti gli abitanti del comune di La Lima, per esempio, sono stati evacuati; 90mila persone sono rimaste senza una casa. Migliaia di famiglie hanno costruito baracche di plastica e cartone sul ciglio della strada, si sono rifugiate sotto i ponti o si sono ammassate nelle scuole trasformate in rifugi, senza ricevere nessun aiuto da parte del governo. Su alcuni tratti della strada che collega San Pedro Sula e Tegucigalpa sono sorti enormi campi di rifugiati. Poi, dopo una settimana, è arrivato l’uragano Iota che ha completato l’opera di distruzione. Oltre 9 mila persone si sono messe in marcia verso nord, con l’obiettivo di arrivare negli USA, ma sono state brutalmente bloccate con manganelli e gas lacrimogeni dalle forze militari ai confini con Guatemala e Messico.

Juan Orlando Hernández è presidente dal 2014 e da allora è stato il principale alleato del governo degli Stati Uniti in America Centrale, nonostante fosse stato oggetto di un’indagine sul traffico di droga della Drug Enforcement Administration (DEA) nel 2013, e sia considerato ampiamente corrotto e in rapporti con i narcotrafficanti.

Il fratello minore del presidente ed ex membro del Congresso, Juan Antonio “Tony” Hernández, è stato arrestato negli Stati Uniti nel novembre 2018 e dichiarato colpevole a New York (ottobre 2019) di aver trafficato tonnellate di cocaina in America per conto dei cartelli messicani tra il 2010 e il 2016. I pubblici ministeri americani hanno sostenuto che il traffico di droga è stato protetto dal governo del Paese centroamericano e nel corso del processo è emerso anche che il boss della droga messicano Joaquin “El Chapo” Guzmán ha dato 1 milione di dollari in tangenti a Tony Hernández affinché li passasse a suo fratello per finanziare la sua campagna elettorale presidenziale.

I procuratori federali statunitensi hanno accusato anche l’ex capo della polizia nazionale, il generale Juan Carlos Bonilla (El Tigre), di aver commesso omicidi e trafficato tonnellate di cocaina negli Stati Uniti per conto del presidente Hernández e di suo fratello. Gli USA hanno sostenuto la rielezione di Juan Orlando Hernández nel 2017, nonostante avesse sovvertito la Costituzione per candidarsi e ha vinto con la frode.

Dalla fine del 2020, il presidente Orlando è tornato ad essere nel mirino dei magistrati inquirenti di New York, insieme ad un gruppo di alti funzionari honduregni. L’accusa è sempre la stessa: “ha accettato milioni di dollari di proventi del traffico di droga e, in cambio, ha promesso protezione ai trafficanti di droga da pubblici ministeri, forze dell’ordine e [in seguito] dall’estradizione negli Stati Uniti”. I pubblici ministeri hanno anche affermato che l’assistenza del governo honduregno nelle indagini in corso “è stata particolarmente poco collaborativa“, accusando il governo honduregno di fornire “documenti limitati” e di non onorare le richieste di estradizione di potenziali testimoni contro il presidente.

Il caso del Guatemala

Situazioni analoghe caratterizzano le vite dei contadini in Guatemala. Dopo il colpo di stato militare del 1954 contro un presidente eletto democraticamente, Jacobo Árbenz, colpevole di aver nazionalizzato una parte dei terreni della United Fruit Company, e durante “La Violencia”, la guerra civile dal 1960 al 1996, l’esercito guatemalteco sostenuto dagli Stati Uniti, insieme con le squadre della morte, ha ucciso o fatto scomparire oltre 200 mila persone, stuprato decine di migliaia di donne e minori, e costretto alla fuga 1,5 milioni di persone. Un vero e proprio genocidio delle popolazioni indigene Maya.

In Guatemala come in altri Paesi centroamericani, la proprietà delle piantagioni è passata dalla United Fruit ad aziende locali nell’ultimo mezzo secolo. Aziende che vendono i loro prodotti a Dole (ex Chiquita) per la distribuzione mondiale, mentre per le comunità locali, poco è cambiato: vivono ancora in condizioni miserabili e sopravvivono solo grazie alla carità dei proprietari terrieri. Le piantagioni di banane prosciugano paludi e fiumi e avvelenano acqua e terra, rendendo impossibile per i contadini coltivare il proprio cibo.

La distribuzione della terra continua ad essere estremamente sbilanciata: circa il 2% della popolazione – in gran parte famiglie di carnagione chiara con origini europee – controlla il 70% di tutte le terre agricole produttive. La popolazione indigena comprende quasi la metà dei 17 milioni di abitanti del Guatemala, ma ha il più basso accesso ad assistenza sanitaria, terra, alloggio, istruzione e lavoro e scarso o nullo potere politico ed economico. Le cifre mostrano che circa l’80% degli indigeni vive in condizioni di povertà, il 40% in condizioni di estrema povertà, con tassi di malnutrizione che arrivano ad oltre il 70% in alcune comunità.

Il presidente Jimmy Morales, evangelico ed ex attore comico, è stato eletto nell’ottobre 2015, dopo che grandi proteste anti-corruzione avevano portato alle dimissioni, all’arresto e alla detenzione sia dell’allora presidente, Otto Pérez Molina, sia del vicepresidente. Morales aveva annunciato programmi contro la politica tradizionale e la corruzione (“Ni corrupto ni ladròn”), ma si è rivelato un governante impopolare, autoritario e dispotico.

Ha deciso chiudere la Comisiòn Internacional contra la Impunidad en Guatemala (CICIG) istituita nel 2007 e sostenuta dall’ONU, che ha aiutato i procuratori locali a mettere sotto accusa 680 persone tra cui quattro presidenti, ufficiali militari, giudici, trafficanti di droga e potenti imprenditori. Ha preso questa decisione allorquando la Comisiòn ha spostato la sua attenzione investigativa su Morales, la sua famiglia e i suoi alleati politici, accusandoli di corruzione.

Morales ha dovuto affrontare tre voti di impeachment – due legati al finanziamento illegale della sua campagna elettorale nel 2015. Nel suo rapporto finale prima della scadenza del mandato, la CICIG ha affermato che la corruzione “non può essere risolta senza una profonda ristrutturazione dello Stato“, perché esiste una “coalizione mafiosa” tra i membri del governo, la comunità imprenditoriale e i privati che è “disposta a sacrificare il presente e il futuro del Guatemala per garantirsi l’impunità e preservare lo status quo“. Il rapporto ha affermato che il finanziamento illecito della politica è “presente nella maggior parte delle campagne e dei partiti” e proviene da organizzazioni criminali tra cui trafficanti di droga in cerca di controllo territoriale e protezione politica, nonché uomini d’affari in cerca di influenza.

Intanto, l’uomo forte del Paese è stato per anni il deputato e colonnello in pensione Edgar Ovalle, accusato della scomparsa di 565 civili tra il 1981 e il 1986, durante la guerra civile e che nel marzo del 2017 è stato sottoposto a processo, dopo l’autorizzazione della Corte Suprema de Justicia. Il Congresso, dove l’ultanazionalista partito del presidente aveva la maggioranza, nel febbraio 2019 aveva approvato una modifica all’accordo di pacificazione nazionale (che i militari non hanno mai accettato) che applicava l’amnistia anche ai responsabili di genocidio e torture. Una modifica che poi è stata congelata per le reazioni negative della comunità internazionale. Ma, il governo (con il sostegno dell’amministrazione Trump) ha comunque cercato di restringere l’accesso agli archivi della polizia nazionale, una delle principali fonti in grado di dimostrare i crimini commessi contro i diritti umani durante gli anni della “guerra sporca”.

Nell’agosto 2019, è stato eletto nuovo presidente Alejandro Giammattei. Ha ottenuto il 58% dei voti, ma il 58% degli aventi diritto non ha votato. I guatemaltechi sono caduti in uno stato depressivo e non credono più che il cambiamento sia possibile attraverso le elezioni o almeno attraverso le candidature proposte nelle elezioni.

Giammattei è un ex direttore del sistema carcerario che è stato accusato, incarcerato per 10 mesi e poi assolto per sette uccisioni avvenute in carcere nel corso di un raid nel 2006. La sua rivale, Sandra Torres (moglie di un ex presidente), è stata accusata di finanziamento elettorale illecito.

Giammattei è un politico conservatore fautore di legge-e-ordine, che vuole ripristinare la pena di morte, dispiegare i soldati per le strade. È stato appoggiato dai “poteri forti” economici (latifondisti e industriali idroelettrici) e militari del Paese. Giammattei – contrario ad aborto in qualsiasi caso e matrimonio omosessuale – è stato appoggiato dalle reti social e dai cristiani fondamentalisti evangelici.

Poco prima della sua vittoria, aveva dichiarato di voler modificare il controverso accordo sulla migrazione firmato con l’amministrazione Trump dal suo predecessore Morales. Ha affermato che fermerà l’esodo dando la priorità alla lotta alla corruzione (ma ha confermato la decisione di Morales di chiudere la CICIG), alla disoccupazione (attirando investimenti dall’estero) e alla mancanza di sicurezza. Ma, Giammattei ha promesso anche austerità, leggi antiterrorismo più severe, repressione delle comunità indigene e povere, militarizzazione e pena di morte.

Nel novembre 2020, in piena pandemia da CoVid-19 e con parti del Paese devastate dagli uragani Eta e Iota, il governo di Giammatei e la sua maggioranza in Parlamento hanno negoziato segretamente e approvato un bilancio statale per il 2021 che ha tagliato le spese per salute, istruzione, diritti umani e sistema giudiziario. Centinaia di manifestanti hanno fatto irruzione in Parlamento e hanno bruciato parte dell’edificio (21 novembre) durante grandi violente manifestazioni contro Giammattei e la sua maggioranza parlamentare. “Chiunque risulti aver partecipato agli atti criminali sarà punito con tutta la forza della legge“, ha affermato Giammatei.

Giocoforza, in un Paese in cui l’età media è di 22 anni, la decisione più ovvia per molti cittadini continuerà ad essere quella di migrare oltrefrontiera verso il Chiapas in Messico o gli Stati Uniti che in linea d’aria distano 2.500 km, un viaggio che può costare anche 10 mila euro da pagare al coyote (il trafficante).

Il caso di El Salvador

In El Salvador, dopo il colpo di Stato del 1979 e durante le guerra civile durata fino al 1992, sono state uccise olte 75 mila persone, in larga parte dall’esercito e da squadroni della morte sostenuti dai grandi proprietari terrieri e dagli USA al fine di combattere la guerriglia comunista del Movimento di Liberazione Nazionale Farabundo Martí (FMLN), in linea con la “Reagan doctrine”.

In uno dei peggiori massacri nella storia moderna dell’America Latina, nel dicembre 1981, soldati di un battaglione addestrato dagli americani massacrarono circa mille contadini – donne e anziani e bambini, alcuni troppo piccoli per camminare (età media 6 anni) – a El Mozote e nei villaggi circostanti. Il Parlamento salvadoregno sta ora considerando di approvare una seconda amnistia che garantirebbe la quasi totale immunità per i crimini commessi durante la guerra civile.

Il FMLN ha governato per una decina d’anni (2009-2019), dimostrando che la corruzione non ha ideologia. È stata una delusione schiacciante per coloro che pensavano che il primo governo di sinistra nella storia del Paese potesse apportare cambiamenti strutturali ad una società fortemente disuguale.

L’attuale presidente Nayib Bukele, un ricco imprenditore di 37 anni ed origini palestinesi, ex sindaco di San Salvador per il FMLN, è stato eletto con il 53% dei voti nel febbraio 2019 senza essere stato sostenuto dai partiti politici tradizionali (FMLN e Arena). Ha fatto una campagna anti-corruzione, facendo leva soprattutto sulla comunicazione dei social networks digitali.

Da presidente ha assunto uno “stile trumpiano” di governo (via Twitter) e perseguito politiche mirate a ridurre la violenza, rafforzare i legami economici con gli Stati Uniti e mostrare agli investitori che El Salvador è un buon partner commerciale.

Non ha mostrato alcuna considerazione per le problematiche ambientali e per le regole della democrazia. Il 9 febbraio, poche settimane prima che il coronavirus colpisse El Salvador, Bukele si è presentato nell’Assemblea legislativa semivuota circondato da soldati armati. Forte di un sondaggio che gli dava un livello di popolarità al 90%, aveva passato i giorni precedenti ad avvertire i legislatori che aveva poteri costituzionali per sciogliere l’Assemblea se non avesse approvato una misura economica che stava chiedendo, aprendo la strada a un tentativo di colpo di Stato. Bukele si è seduto al posto riservato al presidente dell’Assemblea, ha suonato il gong per aprire la seduta legislativa e ha pregato. Poi, improvvisamente, ha lasciato l’aula, dicendo a centinaia di sostenitori che aspettavano fuori che Dio gli aveva chiesto di essere paziente. Ha dato ai legislatori una settimana per approvare la misura (poi non votata) e il colpo di Stato è stato evitato.

Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno impiegato centinaia di milioni di dollari e decine operatori della sicurezza per combattere le bande criminali, soprattutto la MS-13 (Mara Salvatrucha) e La 18 (Barrio 18), nate nelle prigioni e nei quartieri di Los Angeles dove erano affluiti migliaia di esuli in fuga dalla guerra civile. Dopo in 1992 i salvadoregni furono deportati in massa e altri 120 mila sono stati espulsi tra il 2001 e il 2010, e dal El Salvador le bande criminali si sono rapidamente estese al Guatemala e all’Honduras.

In quegli anni la task-force americana impegnata nella “guerra alle droghe” era riuscita a chiudere con successo il corridoio caraibico del traffico di droga, spingendo i cartelli colombiani e messicani ad aprire nuove rotte attraverso l’America Centrale.

Le organizzazioni criminali hanno trovato una popolazione in povertà, tante armi (come lascito della guerra civile), soldati e guerriglieri, molti dei quali senza lavoro, ed élite avide e corrotte. Si è creato un circolo perverso: i criminali continuavano a essere rimpatriati, mentre i contadini iniziavano a emigrare negli Stati Uniti in cerca di lavoro.

Il ministero della Difesa salvadoregno ha stimato che fino a 500 mila salvadoregni (pari all’8% della popolazione in un Paese di 6,5 milioni) siano coinvolti nelle bande attraverso la partecipazione diretta o la coercizione e l’estorsione da parte di parenti. Il tasso di omicidi di El Salvador ha raggiunto oltre 100 omicidi per 100 mila residenti nel 2015, il tasso più alto del mondo in quell’anno. Quasi tutti gli omicidi negli ultimi due decenni sono stati collegati in qualche modo alla guerra tra le bande – tra MS-13 e La 18 – e alle forze di sicurezza governative.

Il caso Nicaragua

Un altro Paese del Centro America in grave crisi è il Nicaragua. Nel novembre 2020, come l’Honduras, è stato pesantemente colpito dagli uragani Eta e Iota. Già dall’aprile 2018 il Paese era precipitato in una crisi politica, sociale ed economica. Più di 100 mila persone sono fuggite a seguito della violenta repressione contro le proteste antigovernative. La brutale repressione da parte della polizia nazionale e dei gruppi armati filo-governativi nel 2018, ha causato la morte di 300 persone, 2 mila feriti e centinaia di persone arbitrariamente detenute e processate. Studenti, difensori dei diritti umani, giornalisti e agricoltori hanno chiesto asilo nel vicino Costa Rica (77 mila), Panama (8 mila), Europa (9 mila) e Messico (3.600).

Il regime sandinista del presidente Daniel Ortega, un leader guerrigliero che negli anni ‘70 e ’80 ha alimentato le speranze di milioni di centroamericani per una società più equa dopo decenni di dittatura da parte di Anastasio Somoza Debalye, dal 2006 ha convertito il Paese dalla democrazia ad un partito-Stato che tiene sotto stretto controllo giudici, legislatori e forze di polizia.

Ortega governa per decreto, reprimendo qualsiasi manifestazione di dissenso con forze paramilitari e polizia, in alleanza con le élite economiche nicaraguensi. Impone misure politiche e sociali, mentre sua moglie, Rosario Murillo, è il suo vicepresidente e i loro figli sono responsabili di diverse istituzioni statali, società di comunicazione e imprese.

Nonostante la retorica rivoluzionaria, il governo di Ortega è populista, autoritario, politicamente conservatore e filo-capitalista. I prigionieri politici di Ortega sono tenuti nelle stesse celle in cui lui era stato un prigioniero politico di Somoza quando mirava a liberare i nicaraguensi dalla morsa del dittatore. Oggi, vecchio e ricco, Ortega è rimasto al potere più a lungo di Somoza.

Di recente, il Nicaragua ha creato un nuovo ministero nazionale per gli Affari Spaziali Extraterrestri, la Luna e Altri Corpi Celesti che dovrebbe essere controllato da un esercito che non ha un programma spaziale. Non è chiaro esattamente cosa dovrebbe fare il ministero in un Paese che non ha scienziati né tecnologie né infrastrutture spaziali e che soprattutto ha difficoltà ad alimentare la propria popolazione e non ha carburante e vaccini contro il coronavirus.

Il caso Costa Rica

In contrasto con gli altri 4 Paesi centroamericani analizzati in precedenza, il piccolo Costa Rica, con meno di 5 milioni di abitanti, rappresenta una sorta di isola relativamente felice, la dimostrazione di come potrebbe essere la regione se le sue classi dirigenti praticassero la democrazia e credessero nella giustizia sociale. I cittadini costaricani hanno fiducia nelle istituzioni e nello Stato di diritto che hanno costruito sin dal XIX secolo.

A differenza della maggioranza degli altri Paesi centro e sud americani, il Costa Rica non ha mai avuto una potente aristocrazia creola formata da grandi landifondisti terrieri legati al sistema quasi feudale dell’hacienda e a quello delle piantagioni, dedicati ad esportazioni monocolturali ed imperniati sul lavoro schiavistico e servile di africani e indios. È stata sempre una società tendenzialmente egualitaria di piccoli e medi produttori agricoli. Date queste basi sociali, la politica nazionale è stata a lungo (fino agli anni ’80 e ’90) dominata da partiti di ispirazione socialdemocratica e democratico-cristiana, mentre l’intervento dello Stato ha avuto e ha ancora un peso rilevante in alcuni settori strategici dell’economia come quelli delle assicurazioni, telecomunicazioni, elettricità (quasi tutta idroelettrica), banche, pensioni, sanità, ferrovie, porti e aeroporti. Un ruolo importante hanno giocato e giocano anche cooperative e imprese sociali che coinvolgono, in un modo o nell’altro, un quinto della popolazione.

Dal maggio 2018 il presidente del Paese è Carlos Alvarado Quesada (41 anni), il quale ha sconfitto con oltre il 60% dei voti un pastore evangelico conservatore che aveva condotto una campagna elettorale tutta incentrata sull’opposizione al matrimonio tra persone dello stesso sesso, la fecondazione in vitro e l’aborto. È stata una rara vittoria per un candidato di centro-sinistra in un periodo di crescente populismo di destra globale e ha portato l’economista Nobel Joseph Stiglitz a concludere che il Costa Rica era un faro dell’illuminismo per il suo impegno per la ragione, il discorso razionale, la scienza e la libertà.

La pandemia e il conseguente duro colpo all’industria dell’ecoturismo (che cresceva a un tasso del 4,5% annuo), ma anche ai settori agricolo, commerciale e minerario, hanno costretto Quesada a negoziati dolorosi con il FMI che hanno sollevato i timori di grandi tagli in un Paese che mette lo sviluppo umano al centro, insieme all’ambientalismo. Il Costa Rica, ora membro dell’OCSE, non ha un esercito permanente dal 1949 (abolito dopo una breve guerra civile), investe molto nell’istruzione (la costituzione impone che riceva almeno l’8% del PIL) e vanta un sistema sanitario universale. Proprio grazie agli investimenti nell’istruzione, dalla metà degli anni ’90 il Costa Rica è riuscito ad attrarre alcuni dei grandi players globali dell’alta tecnologia. Aziende come Intel, HP, Amazon, Boston Scientific e 3M, tra le altre, hanno qui centri di ricerca e sviluppo, centri di assistenza e call center. Inoltre, il Paese è uno dei principali esportatori mondiali di dispositivi medici sofisticati. È una delle economie più aperte al mondo e ha in vigore 13 accordi di libero scambio che rappresentano oltre l’80% del suo commercio internazionale (in prevalenza prodotti agricoli come banane e ananas), compresi l’accordo di associazione con l’Unione Europea e l’accordo di libero scambio centroamericano (ratificato nel 2007).

La prospettiva di un’austerità imposta a livello internazionale ha causato rivolte nell’ottobre dello scorso anno e Quesada si è ritirato dai colloqui con il FMI. A gennaio, governo costaricano e FMI hanno concordato un pacchetto da 1,75 miliardi di dollari che ha evitato alcuni degli interventi più controversi proposti dal FMI, anche se il governo ha dovuto impegnarsi a porre un freno alla crescita del spesa pubblica e agli aumenti salariali dei dipendenti pubblici. È cresciuta la disoccupazione in un Paese in cui oltre 40% dell’occupazione avviene nei settori informali dell’economia (agricoltura e servizi). Nonostante relativamenti alti livelli di spesa sociale, povertà relativa e povertà estrema investono intorno al 20% e al 6% delle famiglie, e sono aumentate le disuguaglianze.

Quesada ritiene che con l’amministrazione Biden si possa aprire una nuova stagione di riformismo sociale e democratico in Centro America e nel resto dell’America Latina. Una stagione caratterizzata anche da un’attenzione per politiche coraggiose contro il cambiamento climatico.

Per quanto riguarda l’impegno per la tutela ambientale, pochi Paesi al mondo possono competere con il Costa Rica in termini di azione e ambizione. Circa un terzo del suo territorio è protetto come riserva naturale. Punta alla decarbonizzazione totale entro il 2050, non solo a un obiettivo di “zero netto“. Negli ultimi decenni ha fatto ricrescere vaste aree di foresta pluviale tropicale dopo aver subito alcuni dei tassi di deforestazione più alti al mondo negli anni ’70 e ’80. Oggi, oltre il 50% della sua superficie è ricoperta da foreste. Inoltre, i costaricani hanno svolto un ruolo importante nella politica ambientale internazionale, in particolare Christiana Figueres, che ha contribuito a convincere i leader politici mondiali ad arrivare all’accordo di Parigi (COP21).

Adesso il Costa Rica sta cercando di spingere verso un ambizioso accordo internazionale per arrestare la perdita di biodiversità e affrontare la crisi climatica. A gennaio, più di 50 Paesi si sono impegnati a proteggere il 30% delle terre e degli oceani del pianeta come parte della High Ambition Coalition (HAC) for Nature and People, guidata dalla Costa Rica, che è co-presidente insieme a Francia e UK. La coalizione spera che la conservazione possa essere l’obiettivo principale di un accordo internazionale sull’arresto della perdita di biodiversità per questo decennio, che sarà negoziato a Kunming, in Cina, entro la fine dell’anno.

L’America Latina, la regione con le maggiori disuguaglianeze al mondo

L’America Latina e i Caraibi rimangono la regione più disuguale al mondo. Secondo l’indice di Gini, la media regionale della disuguaglianza è del 16% più alta dell’Europa, dell’11% più alta della Cina e persino del 4% più alta della media africana (che però nel 2015 aveva un reddito pro-capite di 3.714 dollari, contro i 14.946 dell’America Latina).

Dopo essere rimasto quasi invariato dal 1996, dal 2002 fino alla crisi finanziaria del 2008, l’indice di Gini era sceso del 4% nei Paesi dell’America Latina e, tra il 2008 e il 2014, l’indice era calato di un ulteriore 2,7%. Tra il 2002 ed il 2014, le disuguaglianze di reddito sono parzialmente diminuite: si è registrata una riduzione della povertà, che è stata la causa principale del miglioramento. Nel periodo tra 2002 e il 2008, la riduzione delle disuguaglianza è stata significativa in tutti i Paesi tranne il Messico, secondo il report Social Purse in Latin America and the Caribbean 2016: Realities and Perspectives dell’Inter-American Bank (IDB). Paesi come Argentina, Bolivia, Ecuador, Perù e Nicaragua hanno registrato cali di quasi il 10% nell’indice di Gini, mentre Costa Rica, Colombia e Repubblica Dominicana hanno visto le riduzioni minori. Tra il 2008 e il 2014, la disuguaglianza ha continuato a declinare in tutti i Paesi tranne Venezuela e Costa Rica.

La riduzione delle disuguaglianze e della povertà in America Latina ha significato, da un lato, un aumento della classe media, che è quasi raddoppiata, da 100 a 186 milioni di persone. Dall’altro lato, il numero dei poveri è diminuito di quasi un terzo, scendendo da 224 milioni a 157 milioni di persone. La principale caratteristica dei nuovi membri della classe media è rappresentata dal loro impiego regolare; due terzi dei lavoratori in questo gruppo sono registrati alla sicurezza sociale, quattro volte tanto rispetto ai poveri. Ma, se in Paesi come Costa Rica e Uruguay i lavoratori regolari rappresentano l’80% del totale, in Bolivia, Paraguay e Perù i lavoratori della classe media con un impiego regolare sono meno del 40%.

Per ridurre le diseguaglianze sarebbe quantomeno necessario imporre tasse più alte per i membri più benestanti della società. Molti Paesi stavano lottando con risorse insufficienti ancor prima della pandemia da CoVid-19. Nel 2018 il prelievo fiscale medio nella regione era del 23,1% del PIL, rispetto a una media del 34,3% tra i Paesi dell’OCSE. Paesi come il Guatemala, il Messico e il Perù avevano rapporti tra le tasse e il PIL solo intorno al 15%. L’aliquota fiscale media sulla fascia di reddito più alta in America Latina nel 2018 era solo del 26,7%, senza che nessun Paese tassasse i redditi più alti con aliquote superiori al 35%.

A causa della pandemia di coronavirus, la Commissione Economica dell’ONU per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) ha stima che quasi 45 milioni di latinoamericani in più siano finiti in povertà solo nel 2020 (sotto un reddito mensile di circa 150 dollari), con decine di milioni spinti nella povertà estrema. Più di un terzo della popolazione della regione ha dovuto affrontare la disoccupazione e l’insicurezza alimentare.

Già una delle regioni più ineguali del mondo, l’America Latina si trovata a dover affrontare un aumento senza precedenti della disuguaglianza e della povertà. D’altra parte, la diffusione della pandemia è stata strettamente connessa in tutta l’America Latina con la disuguaglianza. In tutto il mondo, il coronavirus ha colpito più duramente i gruppi etnici e socioeconomici più vulnerabili, rivelando vaste disuguaglianze nell’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e ad altre risorse. Non sorprende, quindi, che l’America Latina, la regione con il più grande divario mondiale tra ricchi e poveri, sia stata uno degli epicentri della pandemia.

Inoltre, mentre l’Europa ha investito il 40% del suo PIL per combattere le ricadute economiche della pandemia, le nazioni dell’America Latina hanno speso in media meno del 10%. Si è aperto uno scenario che minaccia gravi impatti a lungo termine per l’America Latina, facendo presagire una nuova “lost decade” per il continente (con il PIL pro capite che è tornato ai livelli del 2010).

Povertà e disuguaglianza si intrecciano ad un drammatico clima di violenza diffusa. In America Latina ci sono stati più di 2,5 milioni di omicidi dall’inizio di questo secolo (con quasi la metà delle vittime tra i 15 e i 29 anni), in gran parte legati all’uso di armi da fuoco, rendendo evidente l’esistenza di una grave crisi della sicurezza pubblica. L’America Latina ha il 38% degli omicidi nel mondo nonostante abbia solo l’8% della sua popolazione. Un quarto di tutti gli omicidi globali sono concentrati in 4 Paesi – Brasile, Colombia, Messico e Venezuela – nei quali il tema della sicurezza è un tema dominante del dibattito politico, ma dove il 95% degli omicidi rimane insoluto. E in appena 7 Paesi dell’America Latina – Brasile, Colombia, Honduras, El Salvador, Guatemala, Messico e Venezuela – la violenza ha ucciso più persone delle guerre in Afghanistan, Iraq, Siria e Yemen messe insieme.

  1. Ahmed A., Inside gang territory in Honduras: ‘Either they kill us or we kill them’, The New York Times, May 4 2019, https://www.nytimes.com/interactive/2019/05/04/world/americas/honduras-gang-violence.html?action=click&module=TopStories&pgtype=Homepage.
  2. Lakhani N., Who killed Berta Cáceres? Dams, death squads, and an indigenous defender’s battle for the planet, Verso, New York, NY, 2020.

L’articolo Il rapporto tra Centro America e Stati Uniti e la controversa e dolorosa questione dell’immigrazione proviene da Transform! Italia.

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